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Daniel Sada - "Quasi mai"

[ trad. it. di C.A. Montalto, Del Vecchio, Bracciano 2014 ]

Il messicano Daniel Sada (1953-2011) è «considerato il più impegnato avanguardista della sua generazione, paragonato per la complessità del suo progetto a Joyce, Faulkner, o a Lezama Lima per l’approccio barocco alla scrittura». Così l’editore Del Vecchio, che lo presenta in Italia con questo romanzo del 2008, meglio traducibile del suo capolavoro riconosciuto, Porque parece mentira la verdad nunca se sabe (1999), ponderosa cronaca in versi di una frode elettorale. In realtà, come negli scrittori di una certa costellazione medio-novecentesca alla quale Sada si richiama, quella che va da Céline a Gadda a Schmidt, sotto la superficie di una prosa fratta e manierata scorre una robusta vena epico-popolare, da cantastorie o perfino da pettegolo voyeur, messa in moto da una voluttà satirica che ha tutto il sapore della vendetta di chi è (o si sente) messo ai margini. Il bersaglio, in Quasi mai, è il sogno messicano del secondo dopoguerra, che, come nelle nostre commedie di costume degli anni ’60, viene ridotto a due generici impulsi primari: l’arrivismo sociale del contadino che si fa piccoloborghese, e la fregola sessuale da regolarsi al bordello o col matrimonio. Verso la fine del 1945, all’età di trent’anni, il modesto agronomo Demetrio Sordo scopre che per godersi la vita deve assicurarsi la sua dose di sesso quotidiano: stufo di masturbarsi, comincia a dilapidare lo stipendio in un bordello di Oaxaca tra le braccia della splendida Mireya, salvo abbandonarla quando gli dice di essere incinta. Un uomo per bene non si mette con una puttana. Meglio impalmare la castigatissima Renata dagli occhi verdi, che Demetrio conosce – e dove, altrimenti? – a una festa di nozze a Sacramento, in Coahuila, dall’altra parte del paese. Prima di consumare, però, i promessi sposi devono affrontare la necessaria peripezia: Renata aiuta la madre ad avviare una cartoleria, Demetrio si fa una posizione; e poi: un pretendente va messo alla prova, va fatto aspettare. «Quasi mai mi do per vinto», sbotta il protagonista, proprio quando ha gettato la spugna di fronte alle bizze della sua bella, dandosi al gioco d’azzardo e all’idea di aprire, con le vincite, un postribolo. Solo l’intervento della madre e della zia fa sì che si giunga al matrimonio, dopo quattro lunghi anni di passione. Ma ormai è chiaro che, nonostante alla fine ottenga ciò che apparentemente desiderava, Demetrio è un vinto, manovrato da donne e, soprattutto, da una modernizzazione che lo ha trasformato da onesto lavoratore agricolo in cinico gestore di una redditizia sala da biliardo: «Sì, voglio vivere da dissoluto, ma ricco, ricco sfondato. Voglio che tutti i miei parenti mi rispettino». A Sada, tuttavia, non interessa sfruttare il potenziale critico-sociale del suo personaggio, un esemplare tipo medio (alla Lukács), per narrare un capitolo di storia messicana, quanto descrivere (ancora Lukács), e irridere, una mentalità e dei costumi che, evidentemente, sono ancora ben vivi nel Messico dei giorni nostri. Di qui la torsione espressionistica che imprime al racconto, facendolo ruotare intorno alle pulsioni erotiche di Demetrio, con effetti di grottesco e di ridicolo che solo in parte hanno presa sul lettore italiano, al quale gli strali moralistici del satirico non possono non apparire rivolti a uno spauracchio, l’ipocrita morale sessuale piccoloborghese, da tempo abbattuto. Il romanzo acquista quindi una consistenza un po’ astratta, quasi fumettistica, sebbene non manchino pagine caldamente umane, come quelle dedicate all’amore senile fra doña Zulema e il cugino Abelardo. La storia dell’integrazione conformistica di Demetrio, simpatica canaglia che tradisce tutto e tutti, potrebbe essere ambientata in qualsiasi paese in transizione dalla civiltà rurale a quella borghese. Del Messico, della sua storia, delle sue rivoluzioni politiche, del suo variegato paesaggio sociale, non veniamo a sapere molto. Per questo occorre tornare a due classici del dopoguerra che sono anche due straordinari modelli di prosa saggistica e romanzesca: Il labirinto della solitudine di Octavio Paz e Pedro Páramo di Juan Rulfo.

 

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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