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Luca Rastello - "I buoni"

[ Chiarelettere, Milano 2014 ]

I buoni conferma pienamente il talento narrativo di Luca Rastello. Dopo aver fatto i conti, nel romanzo d’esordio Piove all’insù, con una pagina complessa del nostro passato recente (i conflitti sociali e i tentati golpe degli anni Settanta), lo scrittore torinese torna al presente e volge la sua attenzione all’universo delle onlus e del terzo settore.

La storia raccontata nei Buoni inizia a Bucarest dove due operatori umanitari italiani, Andrea e Mauro, visitano le fogne e il loro popolo di bambini abbandonati, malati di Aids e vittime dell’Aurolac, una colla che respirano dai sacchetti di plastica. In questo mondo infernale, fatto di violenza e privo di vie d’uscita, vive Aza, la protagonista del romanzo, una ventenne con un passato traumatico, che desta l’attenzione non del tutto innocente di Andrea. Dieci anni dopo quel loro primo incontro, Aza approda a Torino dove Andrea la introduce presso In Punta di Piedi, un’organizzazione non-profit dalle vaste ramificazioni nei diversi ambiti della lotta per la legalità. Grazie alla sua intelligenza, Aza fa una veloce carriera all’interno dell’associazione e, attraverso i suoi occhi, il lettore apprende il funzionamento interno delle «fabbriche del bene», le quali operano come delle vere e proprie imprese, riproducendone le stesse degenerative logiche aziendali. Solo che in esse, a differenza che in una qualsiasi impresa privata, il ripudio di ogni forma di diritto sindacale per i dipendenti è del tutto incontrastato, in quanto è giustificato da una finalità etica superiore, che, come un’ideologia, occulta gli interessi personali realmente in gioco. «Nel sociale si può tutto», anche truccare i bilanci, se l’obiettivo del nostro agire è il Bene. E custode di quest’ultimo è don Silvano, il capo carismatico di In Punta di Piedi, il sacerdote della strada, amico di potenti e oggetto di venerazione e ubbidienza totali. Aza entra molto presto nelle grazie di don Silvano, ne scrive i discorsi imparando a usare la sua «lingua maledetta» e tutti i suoi luoghi comuni mistificanti, sbeffeggiati dalla graffiante ironia del narratore: «costruire futuro», «senza se e senza ma», «la frusta dell’oltre», «i muri che parlano e restituiscono memoria» e «la memoria che si fa impegno».

L’uso della paratassi e del tempo presente conferisce al racconto un ritmo veloce e incalzante. Il narratore racconta gli eventi nel loro farsi, in presa diretta, senza ordinarli secondo una loro gerarchia interna, e, in tal senso, è significativa la frequenza di periodi che iniziano con la congiunzione “e”. La narrazione procede quindi per accumulo, disegnando un climax ascendente fino al drammatico finale in cui tutto precipita.

Non è facile parlare dei Buoni prescindendo dalle polemiche che ne hanno accompagnato l’uscita e dagli attacchi di quanti hanno riconosciuto in don Silvano una maschera di don Ciotti. In effetti, bisogna ammettere che il suo volto paterno, la voce sofferente, il maglione liso e soprattutto la sua retorica ne fanno una caricatura geniale, ma pur sempre una caricatura, del noto fondatore di Libera e del Gruppo Abele. Forse Rastello avrebbe dovuto trasfigurare maggiormente i suoi tratti. Questa sua eccessiva aderenza alla cronaca ha nuociuto al romanzo, sia perché ha distolto l’attenzione dei lettori dalla qualità della sua scrittura, sia perché ha impedito di accedere al suo contenuto di verità più profondo. I buoni non può certo essere ridotto a un pamphlet contro il Gruppo Abele e il suo leader; semmai, vuole raccontare una verità più universale riguardante la nostra relazione con le categorie di bene e di male. Per questa ragione, la scelta della forma romanzo non è casuale, né serve, com’è stato detto, a fornire un alibi all’autore. Non è forse il romanzo la forma discorsiva più congeniale per esplorare il territorio dell’ambivalenza morale? Se molti romanzi recenti hanno cercato di “profanare” (uso il termine nell’accezione suggerita da Agamben) il Male riportandolo alla sua dimensione mondana, I buoni compie un’operazione opposta e complementare, raccontando il volto oscuro del Bene e dei suoi sedicenti sacerdoti.

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Solo la letteratura poteva mettere a nudo il gioco della trasgressione della legge – senza la quale la legge non avrebbe fine – indipendentemente da un ordine da creare. La letteratura non si può assumere il compito di dare ordine alla necessità collettiva. Non le conviene concludere: «quello che ho detto ci impegna al rispetto fondamentale delle leggi della città»; oppure, come fa il cristianesimo: «quello che ho detto (la tragedia del Vangelo) ci impegna nella via del Bene» (cioè, di fatto, della ragione). La letteratura è anche, come la trasgressione della legge morale, un pericolo. 

Essendo inorganica, è irresponsabile. Niente poggia su di essa. Può dire tutto.

Georges Bataille, La letteratura e il male 

 

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