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Alberto Casadei - "Letteratura e controvalori. Critica e scrittura nell’era del web"

[ Donzelli, Roma 2014 ]

I saggi raccolti in Letteratura e controvalori, l’ultimo libro di Alberto Casadei, affrontano alcuni nodi centrali del recente dibattito critico (il ruolo di Erich Auerbach; il realismo; la relazione tra letteratura e nazionalità nel presente della globalizzazione; la critica letteraria e la rete) e rispondono, come dichiara lo stesso autore nell’Introduzione, a un «progetto più vasto di studio dei rapporti fra letteratura, biologia, storia, che ha già un antecedente teorico e applicativo […] nel volume Poetiche della creatività. Letteratura e scienze della mente (2011)» (p. XI).

Se, dunque, sono ben visibili le linee di continuità con i precedenti lavori dello studioso, allo stesso tempo non sfugge al lettore la carica programmatica di molte pagine di Letteratura e controvalori, che preparano già il terreno per ulteriori indagini. E anche da questa continuità e da questo movimento in avanti è restituita l’idea, più volte affiorante nel corso del libro, che le vere scommesse della letteratura si giocano ancora nella lunga durata.

Dense e stratificate appaiono – per limitarci a un esempio macroscopico – le riflessioni sullo stile e sull’inventio, dove a farla da padrone non è più lo scarto come nella stilistica del Novecento, e acquista centralità una rielaborazione del punctum del Barthes della Camera chiara.

Casadei propone una narrazione teorica rinnovata, e per farlo verifica alcuni capisaldi dei grandi maestri della critica. Ecco allora non solo le pagine contro Auerbach, come avverte la seconda parte del titolo del primo capitolo, ma anche altrove, poniamo, i più veloci passaggi su Bachtin e il dialogo polifonico o su Adorno e il sabotaggio della distanza estetica. L’esame della parabola della forma-romanzo negli ultimi decenni implica la presa d’atto che non bastano più le lenti di cui ci siamo serviti fino ad adesso. Si tratterà così, per lo studioso, di riconoscere la capacità del romanzo di assorbire pure «nuovi agglomerati di senso, fondati su un’analisi libera del rapporto io-mondo, a partiredagli aspetti profondi (biologici e inconsci) per arrivare al destino storico degli individui in un’epoca reticolare, globalizzata» (p. 65).

Nel saggio Ricognizioni sulle idee di realismo narrativo e poi negli assiomi che chiudono il libro, Casadei distingue allora un realismo «ristretto» («i realismi ristretti storicamente realizzatisi, soprattutto a partire dalla prima metà dell’Ottocento, dipendono da precise poetiche, spesso connotate da valenze ideologiche-politiche», p. 66) da un realismo «allargato», che «crea qualia, rappresentazioni qualitative della realtà, che possono coinvolgere aspetti della biologia umana non ancora razionalizzati» (p. 152). Sono due tipologie fra cui si frappongono, va da sé, differenti gradazioni. Potremmo dire, per stare alla nota metafora di Jakobson, che qui la forte elasticità del sacco permette di accogliere fino al grottesco o al fantastico. Certo, da un lato questa rimodulazione dei confini ha il vantaggio di escludere quei testi imperniati su una trasposizione piatta del quotidiano o meccanicamente documentari. Dall’altro lato, però, la categoria di realismo, mentre ribadisce di essere proteiforme, allenta troppo la sua smania di misurarsi con la ruvidità dell’accidentale e del prosaico, quella tensione della materialità che oppone resistenza alla letteratura.

Con il suo ultimo libro Casadei ci spinge a interrogarci sul destino della letteratura in una «fase di passaggio» in cui assorbiamo soprattutto la «dose di “artisticità” che vogliamo assumere dalla cultura visuale». Rimane nel lettore la fiducia, garantita dall’argomentazione e dall’assenza di toni apocalittici o allarmismi, che la costruzione letteraria si riveli «tuttora più efficace di altre forme di modellizzazione del mondo» (pp. 135-141).

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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