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Marco Bardini: "Elsa Morante e il cinema"

[ ETS, Pisa 2014 ]

In Elsa Morante e il cinema Marco Bardini, già ben conosciuto per gli importanti lavori sulla scrittrice, fra i quali spicca la monografia Morante Elsa. Italiana. Di professione, poeta (1999), analizza il complesso e perlopiù sfortunato rapporto tra Elsa Morante e il mondo cinematografico.

Dopo una premessa sui principali snodi dell’indagine e sulla trasposizione cinematografica dell’Isola di Arturo di Damiani del 1962, Bardini si concentra sul secondo romanzo di Elsa Morante, riportando stralci di interviste contenute in Cinema e letteratura di Massimo D’Avack (1964) a Damiani e alla stessa Morante. Nei successivi capitoli sono descritti, nonché trascritti per intero, alcuni progetti cinematografici di mano della scrittrice «naufragati tutti, o quasi» (p. 11). Molti di questi materiali sono conservati presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, fondamentale miniera di carte autografe. Il diavolo, riconducibile alla fine degli anni Trenta, è incompiuto, ma organizzato «secondo una logica cinematografica» (p. 43). Più concreto è poi l’«intenso lavoro a quattro mani» (p. 68) con Alberto Lattuada del 1949, Miss Italia. Il trattamento riguarda la storia di una ragazza bella e di modeste origini che prova le amarezze del chimerico mondo del successo prima tanto agognato. Del lavoro, bocciato perché ritenuto poco commerciale, fu acquistato solo il titolo. La versione di Miss Italia di Duilio Coletti (1950) è una trasposizione ammorbidita, giallo-rosa, della precedente, priva della tensione pungente e acre ch’era nell’originaria intenzione di Lattuada. Il terzo lavoro non concretizzato, databile ai primi anni Cinquanta, dal titolo Verranno a te sull’aure…, è un «soggetto per un film musicale» nato dalla collaborazione con Franco Zeffirelli, ricco di riferimenti a diverse opere liriche. Dal legame con Zeffirelli sarebbe poi nata una collaborazione per Romeo e Giulietta: Bardini riconosce in Elsa Morante l’autrice dei versi della ballata cantata dal menestrello alla festa in casa Capuleti. Un’interessante spia della sua presenza è l’insistita ricerca del nome, punto nevralgico fin dai tempi di Alibi.

Accanto ai trattamenti inediti sono inoltre commentati alcuni passi della rubrica di recensioni cinematografiche, già nominata nella Cronologia dei Meridiani, «Cinema. Cronache di Elsa Morante», trasmessa dalla RAI tra il 1950 e il 1951 e interrotta per la censura della recensione di Senza bandiera. Oltre a fornire un’esaustiva visione dei parametri di Elsa Morante per un buon cinema, la rubrica sottolinea l’importanza data a questo medium, definito «fra i mezzi di propaganda più potenti» (p. 165). Le esperienze della scrittrice convergono quindi nelle carte di Senza i conforti della religione, romanzo incompiuto cui la Morante si dedica dopo L’isola di Arturo nel quale «si parla di cinema e si fa cinema» (p. 199). Per i successivi romanzi, nati dalle ceneri di Senza i conforti, il cinema è di nuovo materia viva da cui attingere, e per Aracoeli costituisce «una sorta di metafora dell’esistenza e della coscienza» (p. 219).

Il materiale presentato da Marco Bardini, testimonianza concreta dell’interesse della scrittrice per il cinema, getta nuova luce su un tema di grande fascino, noto finora solo in minima parte, aprendo inaspettate possibilità di confronto tra le opere di Elsa Morante, arricchite, con questo volume, di un prezioso capitolo.

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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