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Milo De Angelis - Incontri e agguati

[ Mondadori, Milano 2015 ]

«Questo destino che nessun diario / raccoglie, nessun giornale, cronaca / o storia, vive nel sibilo / di un ricordo, nel suono / della giovinezza: il frutteto fantastico […]» (p. 59). A voler tentare una lettura unitaria della più recente raccolta di Milo De Angelis, Incontri e agguati – le cui sezioni, viceversa, si reggono per molti aspetti su strutture indipendenti – occorre forse partire da versi come questi: versi che verbalizzano, al di là del soggetto specifico, quel «destino» di ognuno che è tema caro a De Angelis e anche stavolta nodo dell’intero volume. Se il tragico è quindi di nuovo il modo dominante della raccolta, questo si presenta però commisto a una vena elegiaca, come del resto già nel precedente Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010): qui, l’elegia del singolo «ricordo», della «giovinezza» ormai passata, condensate nell’immagine del «frutteto fantastico». E «frutto» è infatti uno dei termini che percorrono la raccolta, insieme al «viola» (colore ma anche fiore) che la tinge di una tonalità diffusamente mortuaria.

La prima sezione, Guerra di trincea, è analisi per frammenti dello scontro dell’io lirico con la morte. Gli affondi offensivi, alternati a schivate e momentanee sospensioni, si collocano in uno scenario che ha il cosmo per orizzonte: la morte, forza «universale» (p. 13), si specchia nella stellare «orsa favolosa», proietta il proprio «buio primitivo» nella luce dell’«alba» (p. 12). Di fronte all’impossibilità di una qualsiasi «trattativa» (p. 11), tradotta nell’effetto d’incalzo con cui si succedono i vari componimenti, l’io lirico rischia la resa. È a questo punto che entra in gioco una resistenza diversa da quella logica: la vocazione alla poesia che De Angelis sempre rappresenta col lessico dell’ispirazione/respiro: «c’è un silenzio fatato che in me respira, / un sussurro di quaderni scritti a mano / e la parola precisa, dio mio, quella parola / che alla trincea della fine mostrò un frutto» (p. 23). La «parola» poetica, nella sua unicità e nell’urgenza della sua estrema salvezza, si assimila così all’area semantica del «frutto»: è, anzi, quel «frutto», effimero e compiuto, che realizza l’«innest[o] [de]l mondo elegiaco in quello tragico», secondo un principio poetico delineato dallo stesso autore all’indomani del suo lavoro sull’Antologia Palatina (M. De Angelis, Colloqui sulla poesia, a c. di I. Vincentini, La Vita Felice, Milano 2008, pp. 54-55). Non sorprende quindi che il conflitto si chiuda, inconcluso e sempre più interiorizzato, sul riconoscimento: «mi fa pensare a ciò che sono / un povero fiore di fiume / che si è aggrappato alla poesia» (p. 27), a ribadire che la «poesia» sa radicare nell’assoluto la pochezza umana, la sua natura di «povero fiore». La seconda sezione (omonima della raccolta), come pure la terza (Alta sorveglianza) sono incentrate su «incontri» – rispettivamente con figure appartenenti alla giovinezza dell’io lirico, con un detenuto nel carcere di Opera – marcati, come da titolo, da «agguati». Nel caso della galleria di personaggi del secondo microciclo si tratta di un «cupo niente» che nel suo precisarsi come «ustione del fiore reciso» (p. 39) rimanda al tema precedente. L’io lirico e le figure in cui si imbatte si muovono in una temporalità “elastica” che accorcia la distanza di passato e presente, tutti come «racco[lti] al centro della mano» (p. 45) di cui importa, nel bene e nel male, «una linea sola» (p. 33). Infine nella terza serie, la cui complessa pietà sfida il commento, l’«assedio» (p. 57) viene al condannato dall’amata uccisa, splendida «daina» (p. 62) inafferrabile nonostante la morte, il cui ricordo revenant «divampa / il suo graffito sul muro della cella» (p. 58). Così, è la poesia stessa di De Angelis ad attendere al varco il suo lettore, aggredendolo con una tragicità insieme universale ed individuata, e con la dolcezza delle immagini-«frutto». Incontri e agguati ad alto tasso di coinvolgimento, insomma, che colpiscono nel segno.

allegoria80

Solo la letteratura poteva mettere a nudo il gioco della trasgressione della legge – senza la quale la legge non avrebbe fine – indipendentemente da un ordine da creare. La letteratura non si può assumere il compito di dare ordine alla necessità collettiva. Non le conviene concludere: «quello che ho detto ci impegna al rispetto fondamentale delle leggi della città»; oppure, come fa il cristianesimo: «quello che ho detto (la tragedia del Vangelo) ci impegna nella via del Bene» (cioè, di fatto, della ragione). La letteratura è anche, come la trasgressione della legge morale, un pericolo. 

Essendo inorganica, è irresponsabile. Niente poggia su di essa. Può dire tutto.

Georges Bataille, La letteratura e il male 

 

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