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Mario Luzi - Prose

[Nino Aragno Editore, Torino 2014]

Il ricorso alla prosa da parte di quanti siano stati definitivamente catalogati alla voce “poeta” sembra dover essere sempre in qualche modo giustificato. Per Luzi, «poeta-poeta» (Verdino), le ragioni di quel ricorso sono tre: trascrizione della realtà più piena e minuziosa («stare, anche analiticamente, più addosso alle cose, […] studiare più da vicino certi tratti che mi parevano rivelatori dell’insieme»), captazione di un sottofondo vasto e inafferrabile («registrare certe percezioni indecise e capillari»), riduzione della poesia a quella «naturalezza» altrove teorizzata («ricondurre il linguaggio della poesia a una nuova partenza [o a una] più duttile e naturale articolazione»).

Il volume di prose curato da Verdino interrompe un intervallo editoriale di più di trent’anni (Trame, Rizzoli, 1982) ed è al momento la più completa raccolta di prose creative di Mario Luzi (per questa ragione se ne auspica una nuova ristampa). Il vecchio volume rizzoliano viene qui notevolmente ampliato: al giovanile “romanzo” Biografia a Ebe e alle prose che andavano sotto il generale titolo di Trame si aggiungono due ulteriori sezioni, la prima delle quali (De quibus) è di particolare interesse perché, con pochi e giustificati ritocchi, rispetta un progetto del 2004 dello stesso Luzi; l’ultima sezione (Prose sparse) è stata invece redatta dal curatore. La maggior parte dei testi sono editi, ma di difficile o difficilissima reperibilità, poiché apparsi su giornali, fogli locali, edizioni numerate, come prefazioni a mostre d’arte e a libri di amici, oppure perché usciti a stampa nei lontani anni della giovinezza del poeta (interessante a questo riguardo il recupero di una prosa apparsa su «Campo di Marte», dal titolo Arnia). Due gli inediti: una riflessione dedicata a Bach e un ricordo (di «spicciola autobiografia») del liceo Galilei di Firenze.

Difformi le occasioni di scrittura: ricordi e tombeaux di amici artisti e letterati, taccuini di viaggio, brevi racconti – abbastanza rari però, se per racconto si intende grado zero della narrazione: si veda Il vocabolario –, simulate pagine di diario, escursioni entro Firenze, la Toscana, l’Italia. In tale difformità, l’effetto alla lettura è però di straordinaria uniformità. È Luzi stesso a spiegare, chiarendosi a se stesso a posteriori, come in tutte queste prose egli mirasse all’identico inconsapevole obiettivo: cogliere l’infinito. E sono forse soprattutto le numerosissime prose di viaggio a rivelarlo con maggior evidenza, nell’attitudine di Luzi davanti ai luoghi: le sue osservazioni e descrizioni concorrono sempre alla verifica di un’intuizione, al reperimento di una Stimmung in essi presentita o vagheggiata, in cui si accordino dati naturalistici, architettonici, urbanistici, antropici, memoriali, ancestrali, capaci di trascendere il mero referto della fenomenologia del paesaggio, secondo quell’intenzionale indecidibilità tra «luogo reale e luogo psichico» (Debenedetti, Poesia italiana del Novecento) che è già della poesia di questo autore. La verifica di quell’elementare e sfuggente accordo, in Toscana e più in generale nel Centro Italia (Firenze, Siena, Viterbo, Volterra, l’Amiata, la Val d’Orcia, l’Umbria e le Marche) dà sempre esito positivo, mentre allontanandosi da questo vero e proprio archetipo (Toscanità, è il titolo di una breve prosa), Luzi si confronta con luoghi altri ed estranei, a tratti finanche ostili (l’India su tutti; ma poi la Cina, l’Irlanda e però anche il sud Italia, visitato solo dopo lungo rinviare per un vero sgomento davanti alla sua meridiana solarità). Questa personale geografia interiore, che colloca i luoghi ora entro il rassicurante cerchio dell’identità, della tradizione, della continuità secolare, ora nell’altrove di un mondo straniero ma che è doveroso interrogare, sarà utile anche alla lettura dell’opera poetica luziana, che, a partire dagli anni Sessanta, si è avventurata nel gorgo e nella metamorfosi della storia, nell’«opera del mondo», cercando ostinatamente e dolorosamente il confronto e lo scontro con la contraddizione e la negazione della propria insufficiente misura d’uomo e di poeta.

allegoria77

  Come i giochi del bambino, la letteratura apre uno spazio immaginario fondato sulla sospensione o neutralizzazione della differenza tra vero e falso, uno spazio in cui vige il diritto di rispondere al piacere dell’immaginario. L’apertura stessa di un tale spazio costituisce una formazione di compromesso tra le istanze opposte del reale e dell’irreale. Questa ipotesi sulla letteratura in generale vale doppiamente per la letteratura con temi soprannaturali, un ambito che abbiamo già definito due volte immaginario.

Francesco Orlando.

 

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