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L’inarchiviabile/The Unarchivable. Italia anni ’70

[ a cura di M. Scotini, consulenza curatoriale di L. Paini, FM Centro per l’Arte Contemporanea, 8 aprile-15 giugno 2016 ]

L’Inarchiviabile – titolo della mostra inaugurata in aprile presso Frigoriferi Milanesi – ben si adatta alla forma e al contenuto delle opere esposte, come precisa lo stesso curatore, Marco Scotini, nel foglio di sala fornito in dotazione allo spettatore. La forma dell’irriducibilità all’archivio è quella degli atlanti di Ghirri, delle tavole di Boetti (che raccolgono l’elenco dei fiumi più lunghi del mondo), delle scatole di Baruchello (che per dieci anni ha raccolto in piccoli contenitori ciò che restava sul tavolo del proprio studio a fine giornata); la stessa incontenibilità che Paolini restituisce in maniera grafica nel suo Tutto. E ben presto la forma grafica e metodologica di queste prime sale travalica la sola dimensione estetica per divenire riflessione sociale, performativa, ma – soprattutto – multidisciplinare. In maniera efficace, del resto, il percorso espositivo riesce a restituire la singolare sinergia tra contestazione del canone e protesta sociale instauratasi nel decennio preso in esame. E se l’indagine di Scotini riparte – in maniera dichiarata – dalla definizione di “off media” elaborata da Germano Celant nel 1972, il contesto in cui inserire le opere in mostra deve necessariamente allargarsi alle due biennali successive: quella del 1974, che arrivò a sospendere la classica esposizione di opere per proporre una serie di performance e manifestazioni per la libertà del Cile, e quella del 1976, il cui Padiglione Italia (intitolato in maniera eloquente Ambiente come sociale) costituisce il referente diretto dell’idea partecipativa che ritorna oggi a Milano.

La dimensione partecipativa delle Biennali della metà degli anni Settanta si riconnette direttamente alla teoria del general intellect che guida il senso della mostra, e che svela un’affiliazione più alle teorie del biopolitico di Antonio Negri che non all’archivio foucaultiano. Una riflessione che si concentra sulle istanze di liberazione e sul deside- rio illimitato, procedendo dagli oggetti desiderati di La Pietra (nella prima sala) alle pluralità femminili di Marcella Campagnano. Ed è forse in questa ricerca delle zone di intersezione tra desiderio, produzione e controllo che sarebbe necessario ricor- dare anche l’intervento di Antonio Paradiso, che nel 1978 portò alla Biennale di Venezia una mucca meccanica che veniva inseminata da un toro più volte al giorno. L’assenza di Paradiso è spia di una problematicità intrinseca al progetto espositivo, in cui l’intento di riscrivere una storia dell’arte al di fuori del canone si scontra con la provenienza delle opere, tutte prestate dalle più prestigiose collezioni private. In questo senso la problematizzazione del canone esaminata da Scotini tocca un nervo ancora del tutto scoperto, specie nel caso dell’arte contemporanea: che peso affidare al mercato all’interno di questo dibattito? La questione è quanto mai delicata in uno spazio come quello dei Frigoriferi Milanesi in cui, a fianco della sala destinata alle esposizioni temporanee, oltre due terzi della superficie sono occupati da gallerie e collezionisti privati. Il legame tra mercato, protesta e canone ripete, in chiave contemporanea ed ancora non risolta, la manifestazione della movida spagnola che nel 1985, abbandonati i toni della post- avanguardia, dichiarava cinicamente «La vanguardia es el mercado». Del resto anche in Italia nel 1979, solo un anno dopo la mucca meccanica di Paradiso, Achille Bonito Oliva presentava su Flash Art la Transavanguardia, dichiarando, una volta e per sempre, la fine delle utopie.

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  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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