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Ernst Haffner - Fratelli di sangue

[ trad. it. di M. Giacci, Fazi Editore, Roma 2016 ]

Fratelli di sangue è il primo e unico romanzo del tedesco Ernst Haffner, autore misteriosamente scomparso durante la Seconda Guerra Mondiale. Di lui poco si conosce, se non che fu giornalista e forse assistente sociale tra il 1925 e il 1933 a Berlino: due attività che senz’altro lo misero in contatto con un vasto campionario d’umanità, da cui si può ipotizzare nacquero i personaggi di questo romanzo. Fratelli di sangue, infatti, è ambientato nei bassifondi berlinesi (la celebre Alexanderplatz è uno dei luoghi principali) e segue le storie di un gruppo di ragazzi tra i sedici e i vent’anni, appartenenti a una delle tante bande che popolano la periferia cittadina. Siamo a cavallo tra gli anni Venti e i primi anni Trenta, in un momento chiave per la storia della Germania: sono anni di povertà assoluta, in cui la Repubblica di Weimar sta per essere sostituita dal Terzo Reich. Attraverso uno spiccato realismo, Fratelli di sangue denuncia e rappresenta la difficile e disperata condizione dei ragazzi, poco più che bambini, alla continua ricerca di un futuro senza fame e freddo. Non sorprende, quindi, che, per quanto gli eventi storici e la politica non siano rappresentati, un anno dopo la pubblicazione, avvenuta nel 1932, il romanzo finisca per essere bruciato nei roghi nazisti. La mancanza di spirito nazionale e l’editore di origine ebraica Cassier sono i motivi che hanno causato la scomparsa di Fratelli di sangue dalle librerie per ottanta anni, fino a quando nel 2013 l’editore tedesco MetroLit decide di ristamparlo.

Il romanzo segue le vite degli otto Fratelli di sangue, nome della banda, capitanata da Jonny, il più energico e spavaldo del gruppo. I ragazzi, pur avendo storie diverse (chi orfano, chi in fuga dal riformatorio o dal centro di rieducazione, oppure dalla famiglia), si legano nel comune intento di sopravvivere nella gelida e babelica Berlino, tra tanti altri disperati. Nessuno viene lasciato indietro, nella certezza che da soli non si sopravvive in città. Eppure, per quanto le condizioni di vita siano estreme, la città continua ad attirare persone da ogni luogo, come Willi, che una volta scappato dall’istituto di rieducazione compie un leggendario, nonché straordinariamente attuale, viaggio da Colonia a Berlino attaccato alla trave del treno. In fondo il traguardo per tutti sono gli agognati ventuno anni, ovvero la maggiore età: prima di quella il rischio di essere imprigionati è sempre dietro l’angolo. Così tra locali sporchi e fumosi, fogne utilizzate all’occorrenza come casa, mendicanti, ladruncoli e prostitute bambine, questi ragazzi che imitano gli adulti, un po’ per gioco un po’ per sopravvivenza, tentano di non sprofondare. Al centro del romanzo, quindi, troviamo la fuga, non solo dalla miseria, ma anche dal centro di rieducazione, emblema della Berlino borghese che vorrebbe eliminare il “promiscuo” e l’immoralità dalle strade.

L’ambientazione ricorda il romanzo di Döblin, Berlin Alexanderplatz, ma lo stile utilizzato da Haffner si sottrae alle cadenze sperimentali in favore di un taglio documentaristico, come in presa diretta e tutto al presente, vicino al parlato e al quotidiano. Fratelli di sangue non presenta una trama complessa, eppure sorprende per la naturalezza e spontaneità con cui introduce il lettore nell’underworld berlinese. Nel romanzo le voci del bambino e dell’adulto si alternano: il narratore extradiegetico, infatti, si avvicenda a un ampio uso dell’indiretto libero, così da mostrare il punto di vista dei ragazzi, le loro paure, ma anche l’ingenuità e la spensieratezza verso temi come la morte e il sesso. Questo rende il romanzo toccante e leggero allo stesso tempo.

Le vite dei Fratelli di sangue alla fine si dividono. Ludwig e Willi coronano il loro sogno di vivere una vita onesta vendendo scarpe usate, mentre il resto della banda inizia a compiere furti e scippi, avviandosi verso un tragico finale. I diversi destini dei ragazzi, in conclusione, rappresentano quelli di un’intera città, la «spietata» Berlino popolata da «centinaia di bande e cricche» e da «un esercito di vagabondi».

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  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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