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Gianni Celati - Romanzi, cronache e racconti

[ a cura di M. Belpoliti e N. Palmieri, Mondadori Meridiani, Milano 2016 ]

«Quando camminava per strada […] la signora Pucci faceva tutto come per dovere, per dirsi che la loro vita era sistemata, erano diventati una famiglia benestante nel vicolo del voltino. Ma i risucchi non funzionano mai così, non possono avere orari, non possono nascere per dovere. […] Ed è come per queste parole che mi vengono fuori dalla penna – non lo so perché, ma so che nascono da un risucchio […]» (p. 1718). Nel racconto La notte scelto per chiudere il volume dei Romanzi, cronache e racconti di Gianni Celati – uscito ora nei «Meridiani» a cura di Marco Belpoliti e Nunzia Palmieri – si ritrova quell’apparente casualità narrativa che è la marca di stile con cui (pur in modi diversi nel tempo) Celati propone da sempre contenuti e riflessioni che di casuale hanno ben poco. La coerenza, anzi, della sua scrittura che dura da cinquant’anni trova in quest’edizione di raccolta e raccordo una riprova.

Celati ha attraversato la cultura occidentale (e non solo) degli ultimi decenni affrontando gli anni ’60, ’70, ’80… fino all’oggi senza sfuggire alle loro domande-chiave: problemi circa la nostra realtà e società che Celati è andato misurando sul terreno e attraverso il mezzo che gli è più proprio: il linguaggio. Tanti dunque i temi che Celati ha esplorato lavorando sulle retoriche: le (sovra)strutture coercitive, la corporeità, la famiglia, l’apertura al mondo esterno (registrata, ricorda Belpoliti, da Calvino come spostamento prospettico emblematico degli anni ’80), la percezione, e così via. Questioni diverse, talvolta specifiche di un’epoca, che sono però – come mostra appunto quest’ampia selezione delle opere narrative – tra loro connesse. Non solo per la riconoscibilissima voce di Celati (le cui maniere, quasi opposte, sviluppano però un unico discorso: sul comico, sugli scarti dalla norma, sulle movenze del «parlato»). Non solo per le rimodulazioni tematiche che si registrano tra parti del corpus (un esempio: il giovane in contrasto con la famiglia).

Ma soprattutto per l’ispirazione comune sottesa a tutte le sue opere: una contraddizione basilare che Belpoliti individua nel suo denso saggio d’apertura come un’«aspira[zione] a qualcosa che sta al di là della letteratura, o forse prima della letteratura», a «una forma di vita» cui l’autore tende inevitabilmente attraverso la parola letteraria (p. xi); «liberarsi della letteratura attraverso la letteratura stessa» (p. xxv), insomma, ma nella consapevolezza che proprio «raccontare è il modo migliore per appaesarsi nella propria sconclusionata vita» (p. xi). L’opera celatiana si dà quindi come eccentrica reinterpretazione di un problema classico: il rapporto tra letteratura e vita – quel rapporto che nella Notte si risolve nel «risucchio», un moto che trascina tanto parole che vite verso uno stato di autenticità. È uno dei motivi per cui Celati può essere davvero considerato un classico contemporaneo, seppur sui generis. Ma classico anche per l’interpretazione che la sua opera sa dare della nostra contemporaneità come «bazar archeologico» (l’espressione da uno dei suoi saggi). Frammenti di sapere affastellati che si risolvono in un’opera di stratificazione, quale è del resto il corpus stesso di Celati. La Cronologia e le Notizie sui testi di Nunzia Palmieri, ricchissime, ne danno concretamente il senso: rimandi, ascendenze, appunti di laboratorio, ripensamenti in corso d’opera o a opera finita, intrecci coi testi saggistici – di cui, un domani, sarebbe bello avere un secondo «Meridiano». Poi la stratificazione dei testi stessi, spesso riscritti nel tempo, di cui il volume – che propone le ultime versioni d’autore – lascia la curiosità di ripescare redazioni precedenti, in una continua messa in rete di circuiti mentali. Tra i più riscritti è Lunario del paradiso, che nel finale (anni ’90) non a caso dice: «la vita è una cosa che succede, non si sa cosa sia, è soltanto uno stato della mente» (p.732). Un iper-Celati tutto da (ri)leggere.

 

allegoria76

  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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