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Paolo Nori - Le parole senza le cose

[ Laterza, Roma 2016 ]

Le parole senza le cose esce dopo I destini generali di Guido Mazzoni, Stato di minorità di Daniele Giglioli e Universitaly di Federico Bertoni, come sesto titolo della collana «Solaris» di Laterza, che invita saggisti e scrittori a dire la propria a partire da una constatazione: «Negli ultimi decenni la vita dell’Occidente ha subìto una metamorfosi senza precedenti; i modi di pensare, lavorare, comunicare, desiderare, aggregarsi sono cambiati profondamente. Di fronte a questa metamorfosi le parole, i discorsi, le storie con i quali il XX secolo ha raccontato il mondo si sono usurati, non afferrano la realtà, non reggono più».

«Solaris» – prosegue la presentazione sul sito web – «cerca di fornire nuove letture e nuove immagini del mondo in cui oggi, dopo il Novecento, ci troviamo a vivere». La collana, in altre parole, chiede di passare dal «riconoscimento» (di un mondo che consideriamo noto) alla «visione» (di un mondo che vediamo come se fosse la prima volta). Sono i termini in cui Šklovskij illustra lo straniamento; e sullo straniamento Nori ha costruito, com’è noto, la sua intera poetica. I 31 capitoli di Le parole senza le cose sono 31 esercizi di straniamento. Il più breve, due righe, si intitola E dopo: «C’eran delle mattine che uno ci pensava e, era incredibile, aveva tutta la giornata davanti. Chi l’avrebbe mai detto».

Negli anni Nori si è costruito una sorta di alfabeto di aneddoti, che fissano esperienze di straniamento: un cambiamento nella visione delle cose, un’acquisizione. È un alfabeto fatto di brani propri e di altri autori: qui compaiono, tra i più toccanti, la poesia In treno di Raffaello Baldini (straniamento rispetto alla visione stereotipa dell’amore) alcune didascalie da Un paese di Zavattini (straniamento di vite intere in poche parole), ma anche il racconto di quando Nori, a una riunione del «Semplice» di Celati, si libera dell’idea scolastica e narcisistica che aveva della letteratura attraverso la lettura ad alta voce, e persino il riassunto del saggio L’arte come procedimento di Šklovskij, dove si spiega che cos’è lo straniamento. Il repertorio è ormai vastissimo, e si amplia di libro in libro, di recensione in recensione, di pubblico discorso in pubblico discorso.

Quando scrive un nuovo libro, Nori inventa un io narrante, che ora chiama Bernardo Provenzano, ora Ermanno Baistrocchi, ora, come qui, Bonacini, quasi sempre un po’ nevrotico, e che scrive in modo molto simile al Paolo Nori che scrive sul blog www.paolonori.it (ma naturalmente non è lui), e attribuisce a questa voce narrante aneddoti vecchi e nuovi, riorganizzandoli intorno a un tema (che qui è dato dalla collana). I lettori assidui sanno che questo montaggio non è mai fine a se stesso, e rileggono con pazienza per la quarta o quinta volta lo stesso aneddoto, fiduciosi che alla fine le tessere si ricomporranno in un nuovo mosaico, producendo un nuovo effetto. E l’effetto, puntualmente, si produce. (Quando Nori legge in pubblico è anche più immediato e potente.) I libri di Nori non sono dunque tanto delle narrazioni o dei saggi, ma dei dispositivi che funzionano. Un po’ come le poesie che negli anni ’30 Erich Kästner aveva raccolto in una Farmacia poetica, da assumere in caso di malinconia, noia, delusioni amorose, ecc.

Funziona anche Le parole senza le cose, da cui esce con lo sguardo positivamente straniato non solo il lettore, ma anche il narratore stesso. Bonacini, che ha cinquant’anni, inizia infatti con l’intenzione nostalgica di scrivere un libro «che riguardava la sparizione di un mondo, del mondo forte, vecchio, meccanico» consegnatogli dal padre; ma finisce «vedendo» il mondo della figlia, che di anni ne ha dodici, e che si annoia ad ascoltare le favole inventate da lui: «I nostri figli, avevo detto, dovranno fare da soli, noi non avremo nessuna autorità. […] Io me la dovevo conquistare con le mie storie, l’autorità». La nostalgia cede insomma alla fiducia, e l’io narrante ammette di non sapere che ne sarà delle parole e delle cose, se e come si ricombineranno. Che un certo mondo sia finito, capisce Bonacini, e ci fa «vedere» Nori, non è la fine del mondo.

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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