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Paolo Volponi - Il linguaggio sportivo e altri scritti (1956-1993)

[ a cura di A. Gaudio, ad est dell’equatore, Napoli 2016 ]

L’agile volume curato da Alessandro Gaudio raccoglie otto articoli «di argomento sportivo» (p. 13) scritti e pubblicati da Volponi a partire dalla metà degli anni Cinquanta. Contiene inoltre una serie di altri interventi degni di attenzione: ripropone, in veste di premessa, un articolo di Massimo Raffaeli (Fra i poeti rossoblu); include il bel saggio del curatore (Paolo Volponi e l’ideologia dello sport) – ampliamento dell’ultimo capitolo del suo: Animale di desiderio. Silenzio, dettaglio e utopia nell’opera di Paolo Volponi (ETS, Pisa 2008); presenta la trascrizione di due inediti volponiani – un articolo manoscritto rinvenuto in un taccuino dell’autore e un brano dattiloscritto ricavato dai materiali preparatori riguardanti Le mosche del capitale – e di un ulteriore dattiloscritto in parte confluito nelle Mosche; riporta infine, in appendice, due articoli di Valerio Piccioni dedicati alla passione sportiva di Volponi (già pubblicati sulla «Gazzetta dello Sport») e una postfazione di Darwin Pastorin. Il contributo critico al quale il volume aspira è doppio: da un lato, mira a evidenziare la coerenza ideologica degli interventi volponiani dedicati allo sport – dove quest’ultimo è anzitutto metafora della cultura e dell’agire umano – dall’altro lato, sulla base dei documenti trascritti, propone una «correlazione tra la passione di Volponi per lo sport e la sua disposizione al romanzo» (p. 26). Dal primo punto di vista, gli articoli di Volponi – forti di questa nuova veste editoriale – mostrano chiaramente una posizione ideologica uniforme, di stampo olivettiano: al «plus-risultato» del «calcio-industria» (p. 58) e al «fascino irresistibile» dello «sport-spettacolo», Volponi contrappone lo sport come «forma di educazione e di partecipazione a una cultura» (p. 81), distinguendo tra «l’attesa ossessiva, la speranza mitica, l’appagamento alienante» del tifoso «incantato davanti alla visione folgorante e sacra di ogni gesto […] della sua squadra» (pp. 80-81) e «il libero sport» in cui «concorrere e vincere è una forma di coraggiosa, materiale cultura della libertà» (p. 83). È in questa prospettiva allora (la si ricava anche da un’intervista rilasciata da Volponi a Marco Ferrari: Cartellino rosso per l’industria calcio, in «L’Unità», 19/06/1987) che acquistano peso la critica ai «divetti» (p. 43) della «Nazionale-tabù […] simulacro […] carriera» (p. 47), «votati alla furbizia, alla protezione e a un posto di clan» (p. 66), e la denuncia della mentalità «capitalistica e monopolistica» (p.63) che governa lo sport («unica eccezione […] il ciclismo perché ha maggiori radici popolari, e quindi si vede negli atleti una forza morale più diffusa», p. 51). Dal secondo punto di vista, l’idea di correlare la passione di Volponi e la sua disposizione al romanzo merita attenzione ma andrebbe approfondita. Sia gli articoli sia i brani trascritti (tutti di argomento sportivo) sembrano infatti avvicinarsi nello specifico – per ritmo, stile e vis polemica – alle Mosche (i due dattiloscritti rientrano esplicitamente in quel cantiere e sono un sintomo). Se brani di argomento sportivo si trovano anche altrove – nel Lanciatore o in Corporale – la passione sportiva di Volponi così come appare in questi testi sembra tuttavia esprimersi in forme più affini alle Mosche. L’articolo più importante della raccolta (Il linguaggio sportivo) – quello che dà il titolo al volume e in cui, scrive Gaudio, «c’è tutto Volponi» (p. 15) – mostra (e non è il solo) un’attenzione al potere del linguaggio che prefigura il tema centrale del romanzo del 1989. Anziché «ancorare i fatti sportivi alla realtà […] aiutando i lettori […] a porsi su un piano autonomo di valutazioni, a uscire da quello di stupefatta passività, di evasione e di esaltazione a cui l’abituano il cinema, la radio, la televisione, il frastuono del mondo moderno» (pp. 34-35) la stampa sportiva assoggetta commentatori, spettatori e atleti (la realtà del mondo sportivo) a un linguaggio caricaturale, alienante e in ultima istanza irreale (artificiale).

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  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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