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Francesco Cassata - Fantascienza? Science Fiction?

[ trad. ing. di G. McDowell, Einaudi, Torino 2016, Lezioni Primo Levi, 7 ]

Dall’autunno 2009 il Centro Primo Levi di Torino organizza ogni anno una «Lezione Primo Levi». A salire in cattedra sono stati finora studiosi di letteratura italiana (Robert Gordon e Mario Barenghi), di storia contemporanea (Anna Bravo), di semiotica (Stefano Bartezzaghi) e di storia della scienza (Massimo Bucciantini e Francesco Cassata), oltre ai curatori dell’edizione inglese integrale dell’opera di Levi (Ann Goldstein e Domenico Scarpa). Lo spettro delle discipline coinvolte, e il fatto che le «Lezioni» siano pubblicate da Einaudi in un’edizione che affianca testo italiano e inglese, stanno a testimoniare, sempre che ce ne sia ancora bisogno, quanto l’opera di Levi si sia rivelata un oggetto e uno strumento di lavoro fondamentale non solo per i letterati ma in generale per gli studiosi di scienze umane.

Francesco Cassata ha intitolato la settima «Lezione» Fantascienza?, con un punto di domanda che riprende quello apparso sulla fascetta della prima edizione di Storie naturali, la raccolta di racconti con cui, nel 1966, Primo Levi esordì, sotto pseudonimo, come scrittore d’invenzione. Nella prima parte del libro Cassata cerca di sciogliere l’interrogativo esplorando che cosa si intendesse con “fantascienza” in Italia negli anni Cinquanta e Sessanta, e il significato dato da Levi a una modalità narrativa che era nata e si era sviluppata intrecciandosi alla più nota produzione memorialistica. Cassata propone un’accurata ricostruzione cronologica sia della storia dei testi sia delle riflessioni di Levi sulla propria scrittura sparse in interviste e lettere private: materiali spesso inediti o attinti da archivi inesplorati. «I racconti fantastici di Levi non sono un corollario, un’evasione e un’espressione secondaria e tardiva della sua vocazione letteraria», conclude lo storico; sono state piuttosto le peculiari vicende editoriali dei racconti e una ricezione critica spesso sfavorevole a costruire l’«illusione ottica» «di una separazione cronologica tra il testimone-scrittore del Lager e lo scrittore di fantascienza» (p. 23).

Nella seconda parte del libro gli strumenti di lavoro dello storico della scienza sono messi a servizio dell’esegesi letteraria. Cassata propone una interpretazione organica delle prime due raccolte di racconti di Levi, Storie naturali (1966) e Vizio di forma (1971), che legge sullo sfondo delle conquiste più innovative della tecnologia, dell’antropologia e della medicina degli anni Cinquanta e Sessanta: se la prima, nata da una lunga gestazione durata dal ’46 al ’66, presenta un approccio relativamente ottimista alle «meraviglie del possibile» scientifico e tecnologico, la seconda, scritta nell’arco di pochi anni, si caratterizza per sfumature più cupe, ispirate ai dibattiti dell’ambientalismo scientifico che si sviluppa tra anni Sessanta e Settanta, e finisce per tematizzare la necessità di un impegno etico per tecnici e scienziati.

La lettura dei racconti fantascientifici di Levi proposta da Cassata mira a sganciarli dall’interpretazione monolitica predominante, che tende a vedervi esclusivamente gli spettri dell’esperienza di Auschwitz, per individuarvi una pluralità di significati connessi tra loro dall’interrogativo morale sulle possibilità offerte da scienza e tecnologia. Se «sul piano etico-filosofico, i racconti fantascientifici di Levi sviluppano un lungo ragionamento sulle potenzialità e i limiti della ricerca scientifica, all’indomani della “curvatura” del razionalismo contemporaneo prodotta da Auschwitz», «dal punto di vista letterario, essi rappresentano un concreto e originale esercizio di “mutuo trascinamento” tra cultura scientifica e cultura umanistica, secondo il modello di scrittura più volte auspicato dallo stesso Levi» (p. 237). I racconti si rivelano così una delle prospettive migliori per approfondire un’esperienza intellettuale, come è stata quella di Primo Levi, capace di integrare autenticamente e problematicamente “le due culture”.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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