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Supplanting the Postmodern. An Anthology of Writings on the Arts and Culture of the Early 21st Century

[ ed. by D. Rudrum and N. Stavris, Bloomsbury Academic, London 2015 ]

Il libro si aggiunge alla sempre più ricca bibliografia di studi che, nel fare storia del presente, si interrogano sulla tenuta di una delle categorie più fortunate e problematiche della storia delle idee del XX secolo, quella di postmoderno. Ci troviamo ancora nella fase culturale teorizzata ormai quarant’anni fa da autori come Jencks e Lyotard? O la categoria di postmoderno, vuoi per il suo eccessivo carico semantico, vuoi per uno stato di cose ormai mutato, fa parte del passato?

Come si capisce dal titolo, i contributi scelgono tutti la seconda ipotesi. C’è chi lo dichiara frontalmente e ne fa un manifesto (Bourriad) e c’è chi (Toth) dice che il postmoderno come strumento ermeneutico è ormai inservibile ma la sua influenza, in forma di spettro derridiano, è ancora decisiva in molti autori, da Wallace per il romanzo a Paul T. Anderson per il cinema.

La prima parte del libro, The Sense of an Ending, raccoglie i contributi che più direttamente fanno i conti con la “postmodern theory”. Tra gli autori, anche chi il postmoderno ha contribuito a teorizzarlo. Linda Hutcheon, in uno dei migliori saggi della raccolta, constata con una certa amarezza come il postmoderno abbia subito ormai un processo di canonizzazione all’interno delle istituzioni culturali e accademiche che ne ha svuotato la carica eversiva di contro-discorso. E allora, dice la studiosa canadese, «let’s just say it’s over».

Nella seconda parte della raccolta invece, Coming to Terms with the New, si trovano i contributi che con più audacia tentano una storia del presente che prescinda dalla categoria di postmoderno. Da digimodernism a renewalism, da altermodernism a metamodernism: oltre la ritualità della nominazione, la sostituzione del prefisso postcon altri per indicare la fase apertasi negli ultimi venti anni (nessuno sceglie un terminus post quem, ma gli eventi evocati sono quelli noti, dall’89 al 9/11) sembra indicare una rilettura precisa del postmoderno e del postmoderni-

smo stessi, e cioè la loro inclusione nel processo con cui esperiamo e negoziamo continuamente il concetto di modernità.

Il quadro che emerge dai contributi è così eterogeneo da creare spaesamento, anche perché molto vari sono i tagli dei contributi: dall’estetica all’etica all’economia. Uno dei pochi elementi costanti è il peso dato all’innovazione tecnologica nel superamento del postmoderno, in particolare al web e alla sua diffusione di massa. Qualcuno (Kirby) legge il nuovo assetto tecnologico con lente solo moralistica, attribuendo al web la nascita di una soggettività solipsistica e autistica, presa in un consumismo compulsivo che accentuerebbe alcuni tratti già presenti nella soggettività postmoderna. Altri invece (Samuels, Hutcheon) vedono nei nuovi media un fattore decisivo per il ritorno dell’agency e dell’autonomia che la fase postmoderna aveva rimosso.

In generale questa dicotomia nella lettura della fine del postmoderno segna l’intera raccolta. Da una parte ci sono interventi (Nealon, Lipovetsky) che, guardando soprattutto all’economia e aggirando la distinzione fondamentale tra postmoderno e postmodernità, vedono nella fase attuale una radicalizzazione di aspetti già presenti nel postmoderno stesso, più che il suo superamento. D’altra parte ci sono i contributi che, in coda al cosiddetto ethical turn, si concentrano su un cambiamento di scenario che riguarda innanzitutto il campo della filosofia morale e penetra poi nel campo dell’estetica e delle poetiche artistiche. Da posture segnate da ironia e scetticismo si sarebbe passati a pratiche artistiche che, seppur problematicamente, guardano di nuovo al realismo o al modernismo. Il caso estremo di questo tipo di diagnosi è costituito dall’intervento di uno dei padri della teoria postmoderna, Ihab Hassan, che oppone volontaristicamente all’ormai inservibile scetticismo postmoderno valori come «autenticità» e «verità», che però proprio il postmoderno ci ha insegnato essere a dir poco problematici.

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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