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Maurizio Ferraris - Emergenza

[ Einaudi, Torino 2016 ]

Ferraris costruisce la trama di Emergenza a partire dalla principale questione ontologica: che cosa c’è, nel mondo? Convergono qui i temi ricorrenti della sua filosofia: la documentalità e l’icnologia, secondo cui nel mondo esiste ciò di cui c’è traccia; il realismo, negativo (la realtà resiste ed è inemendabile) e positivo (la stessa realtà ci invita ad agire); la mobilitazione. L’obiettivo primario è ancora scardinare la fallacia trascendentale radicata, a partire da Kant, in tutte le forme di idealismo e nelle derive postmoderne per le quali esiste soltanto ciò che conosciamo (altrimenti detto: il pensiero fonda il reale) per sostenere al contrario la priorità di ciò che emerge (ontologia) su ciò che si conosce di ciò che emerge (epistemologia) e su ciò che si fa (etica, politica). L’ontologia non è emendabile, l’epistemologia invece lo è: un cigno nero non potrà diventare bianco in forza della tesi secondo cui tutti i cigni sono bianchi.

La pretesa filosofica è limpidamente costruita intorno a un modello analitico e piuttosto rigoroso. Il percorso in cui Ferraris invita il lettore è caratterizzato da uno stile multiforme, spiccatamente interdisciplinare. Nel ritenere che l’esperienza ci è accessibile solo in quanto ricordabile e ricordata dalla memoria in uno spazio quadrimensionale (che include il tempo) la natura materica dell’esperienza mnemonica è descritta in relazione all’idea proustiana secondo cui conosciamo gli oggetti nel collocarli spazio-temporalmente come tracce tangibili, segni corporali dell’accaduto. In questo senso la quaestio ontologica “che cosa c’è per noi, in quanto osservatori interni allo spaziotempo?” avrebbe una risposta tridimensionalista soltanto se ci si limitasse a percepire; la risposta è invece quadrimensionalista quando interagiscono, sì, memoria e tempo, ma per mezzo di ciò che rimane, lascia traccia, persiste e continua a (ri)emergere.

Oltre al costrutto teoretico, Emergenza contiene una proposta metodologica che interroga apertamente le scienze sociali e umane: l’autore torna spesso sulla relazione tra narrazione individuale e valori universa-li, sostenendo la priorità dell’evento individuale sulla sua eventuale promozione a racconto esemplare e poi ancora a norma (specularmente rispetto a ciò che accade con la sequenza ontologia-epistemologia-politica). Lo fa richiamando, tra gli altri e maggiormente, i processi mimetici e le meccaniche iterative e alterative del reale che questi implicano. Questo aspetto conta soprattutto quando si scava nella fenomenologia dell’emergenza: 1. una proprietà è emergente da una certa base di fatti quando “per quanto ne dipenda, non può essere interamente spiegata nei termini di questi”; 2. l’emergenza è “ciò che accade rivelando la possibilità dell’impossibile”, ciò che rompe i giochi del possibile e si presenta con una nettezza imprevista. L’evento, historìa individuale che può (ma non deve) essere promossa a mythos e infine può essere collocata in un logos, si sedimenta ed esiste nella traccia. Tutto ciò che si sa sul mondo è storia: non teoria, non empiria, ma narrazione di eventi individuali, racconto che non ha le pretese filosofiche dell’esigenza e del necessario, ma che riguarda il particolare e il contingente. Un particolare che emerge in quanto è registrato, altrimenti il mondo sarebbe un eterno incominciare, un bagliore istantaneo senza coerenza.

Emergendo, la realtà possiede una forza direzionale sugli individui: l’ontologia è il terreno in cui si alimenta il politico. Gli individui, con le loro azioni più o meno esemplari, manifestano delle direzioni rispetto al mondo. Ciascuna direzione determina un’interazione con altri individui (uno scambio da cui Ferraris fa derivare il senso dell’agire e l’invito a posizionarsi, in quanto uomini, nel mondo) ma l’azione deriva soltanto dalla traccia di quell’interazione, da quel segno che produce qualcosa di molto più importante del sapere: l’agire morale, ossia la responsabilità presente e futura.

L’azione deriva dalla traccia (è questa la mossa rivoluzionaria) ed è anzitutto reazione: il reale è l’ostacolo che produce l’attrito del pensiero.

allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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