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Harold Bloom - Il canone americano. Lo spirito creativo e la grande letteratura

[ Rizzoli, Milano 2016 ]

Il titolo e il sottotitolo dell’edizione italiana dell’ultimo libro di Harold Bloom rischiano di confondere le carte. In effetti in The Daemon Knows. Literary Greatness and American Sublime il critico si prefigge non tanto di definire il canone statunitense, quanto di scrivere sui «dodici creatori del sublime americano». «Ciò che si cela oltre l’uomo – scrive Bloom – è per quasi tutti questi autori, il demone, descritto e definito in questo volume» (p. 12). Daemon è parola che torna frequentemente nella produzione di Bloom.

Nell’Angoscia dell’influenza, ad esempio, si legge che il demone arriva dal precursore (per il poeta, il poeta-padre) e che è «la nostra colpa e la nostra sempre potenziale divinità». Il demone è allora un genio interiore che dà vita alla forza poetica. Il sublime americano, stando a The Daemon Knows, «è un fenomeno assolutamente demonico, ma l’idea (se così vogliamo definirla) di demone è straordinariamente antica». Ecco allora ricomparire l’ombra lunga di Dodds e del suo I greci e l’irrazionale, per arrivare poi fino a Emerson (da sempre nume tutelare di Bloom) con l’evocativa fiducia in se stessi. Dai precedenti saggi di Bloom però arriva anche altro: basti pensare all’idea dello gnosticismo come religione americana oppure a un certo uso di Freud e Nietzsche. E arriva anche l’impressionismo che sorregge il libro, poderosissimo e spesso centrifugo, di questo critico che si definisce un «longiniano». Da Poesia e rimozione e Agone si prolunga l’idea di sublime americano distinto da quello britannico ed europeo continentale perché più drastico («splendori improvvisi come l’“angolo di luce” della Dickinson o le aurore di Stevens», p. 14). Hart Crane, il poeta a cui sono dedicate le pagine finali, assume più volte la statura dell’«ultimo poeta trascendalista del sublime americano»; con lui si chiude la tradizione demonica della letteratura statunitense.

Walt Whitman e Herman Melville, Ralph Waldo Emerson e Emily Dickinson, Nathaniel Hawthorne e Henry James, Mark Twain e Robert Frost, Wallace Stevens e T.S. Eliot, William Faulkner e Hart Crane: Bloom associa gli autori in coppie, oscillando tra le ben oltre cento pagine dedicate a Whitman e le appena quindici riservate a Mark Twain, considerato «magnifico» solo nelle Avventure di Huckleberry Finn e abbandonato invece dal proprio demone (e quindi dalla critica di Bloom) nei suoi scritti più tardi.

Negli anni ci siamo abituati a vedere Bloom alle prese solo con i grandi capolavori o quelli che lui ritiene tali («non credo più nelle storicizzazioni, per quanto moderne e originali», p. 144). La letteratura si incarna sempre e unicamente in poeti che il critico lascia giganteggiare dentro teche così sporgenti da non lasciarci vedere più cosa c’è intorno. Rispetto al perfettamente coetaneo Bourdieu e alla nozione di campo siamo agli antipodi. «A ottantaquattro anni – scrive Bloom – posso scrivere solo nello stesso modo in cui continuo a insegnare, ossia con uno stile personale e appassionato» (p. 16). E così in The Daemon Knows critica letteraria e confessione si sovrappongono, senza grandi imbarazzi da parte dell’autore: i poeti trattati, come nel caso di Crane o Whitman, sono anche i poeti che nelle notti insonni il «vecchio esegeta esausto» ammette di ripetere a memoria, per combattere l’insonnia o per alleviare il dolore fisico dei propri acciacchi (p. 162). La «vera critica», si legge a p. 66, «riconosce se stessa come variante della memoria autobiografica». E in un altro passo eloquente Bloom afferma di credere che «non esistano metodi critici a eccezione di noi stessi» (p. 73). In fondo, più che i dodici autori, il vero centro di The Daemon Knows è un altro demone: «tiene i corsi, scrive i libri, sopporta infortuni e malattie, e alimenta le fantasie di continuità che sorreggono il mio ottantacinquesimo anno di vita» (p. 184). L’«essere oscuro che potrei chiamare il demone di Bloom sa come fare, e io no».

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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