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Gilles Deleuze - L’esausto

[ trad. it. e prefazione di G. Bompiani, postfazione di G. Agamben, nottetempo, Roma 2015 ]

Tra tutti i diritti che uno potrebbe rivendicare, quello alla stanchezza sembra capriccioso: un farsi beffe di lacune ben più essenziali da reclamare. Eppure a pensarci bene non lo è affatto: perché essere stanchi è percepito come un insulto a quella produttività forsennata imposta dalla società in cui siamo immersi. Se quel che ci viene chiesto è il funzionamento incessante del corpo e della mente, la stanchezza – che fa strascicare i passi e appannare il pensiero – la si castiga come un difetto del motore biologico. Ma si tratta davvero di un difetto? Non potremmo guardarla altrimenti, come una condizione essenziale dell’umano, come ciò che, distinguendoci dall’infaticabile divino, definisce il nostro rapporto con il tempo, con il limite, con la morte?

Se così stanno le cose, non stupisce che la stanchezza sia materia filosofica. Tra tutti i pensatori che si sono protesi a comprenderla troviamo anche Deleuze. In realtà a Deleuze la stanchezza non interessa di per sé, ma come condizione differenziale rispetto allo stato su cui davvero vuole sostare: quello dell’esausto. A questa figura dedica uno dei suoi ultimi saggi, L’épuisé, scritto nel 1991 e che nel 2015, a vent’anni dalla morte del filosofo, Nottetempo ripubblica, circondandolo di due formidabili commenti: quello di Ginevra Bompiani, che ne schiude l’ingresso, e quello di Giorgio Agamben, che ne sigilla la chiusura. Entrambi i commenti riflettono proprio sulla differenza tra stanco ed esausto che per Deleuze è essenziale, tanto da marcare il punto sorgivo della sua riflessione. L’épuisé comincia così: «L’esausto è molto più dello stanco». È una differenza di grado, ma non sono due stati reversibili, perché l’esausto non potrà mai tornare a essere stanco. Qualcosa cambia radicalmente da una condizione all’altra, e si tratta del modo di concepire il possibile. Se lo stanco può ancora contemplare delle possibilità, per l’esausto invece non ce ne sono più: le ha esaurite tutte.

Più e più volte Deleuze modula questo pensiero, e lo fa posando lo sguardo sulle pièce televisive di Beckett, tra cui Quad – ‘quad’ come la superficie quadrata su cui i muti protagonisti si muovono. È infatti solo questo che fanno, muoversi, sempre più lentamente, come se i corpi fossero guasti e non ce la facessero più a spingere in avanti il loro mucchietto di ossa, tanto che anche queste sembrano sfarinarsi. E se i corpi progressivamente si afflosciano, è perché lo spazio che percorrono nel frattempo si esaurisce e non rimane più nessun tragitto da compiere. Questa visione traballante di pixel, Deleuze la traduce in concetto: «Il grande contributo di Beckett alla logica è quello di mostrare che l’esaurimento (esaustività) si accompagna a un certo sfinimento fisiologico». Ecco allora che L’épuisé è un testo – come scrive Bompiani – sulla vecchiaia, che prima ancora che un fenomeno biologico è una dimensione esistenziale, perché modifica il rapporto dell’individuo col tempo. Basta conficcare lo sguardo nel destino che ci attende per vedere come l’avvenire si contrae, come le possibilità siano rattrappite.

Eppure non è detto che l’essere esausti sia un attributo della vecchiaia. Potrebbe non avere nulla a che fare con l’età anagrafica, ma essere invece qualcosa di più originario. Verrebbe da citare quel proverbiale essere stufi di, che articola in linguaggio stizzoso un’inquietudine a tutti familiare: l’esaurimento dell’investimento emotivo in qualsiasi cosa si stia facendo, fosse anche l’attività che le assorbe tutte: vivere. Rifiutare di accollarsi il fardello dell’esistere, abdicare alla vita – scrive Lévinas (che per Agamben è l’ispiratore occulto di queste pagine deleuziane) – è ciò che succede quando la stanchezza prende una forma radicale: essere stanco di tutto e di tutti, ma soprattutto di sé. È proprio questo, mi pare, il pensiero a cui dà corpo l’esausto descritto da Deleuze, irrigidito nella sua postura sbilenca, seduto con la testa tra le mani, svuotato di ogni forza e desiderio: è un corpo cavo, senza contenuto alcuno – senza neanche più la voglia di finire.

allegoria76

  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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