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Alberto Godioli - Laughter from Realism to Modernism. Misfits and Humorists in Pirandello, Svevo, Palazzeschi and Gadda

[ Legenda, Oxford 2015 ]

L’ultimo lavoro di Alberto Godioli, dedicato alle forme del riso nella narrativa modernista italiana, dimostra come l’uso di categorie storiografiche aggiornate sia necessario per reimpostare una lettura complessiva della letteratura di inizio Novecento che tenga insieme l’individualità dei fenomeni e il paesaggio storico entro cui essi si collocano. Il libro ha infatti il merito di osservare la via italiana al modernismo senza appiattirla sul quadro europeo – ne analizza, al contrario, una tendenza assolutamente specifica pur riconducendola ad alcune questioni cruciali in una prospettiva transnazionale. In particolare, è il rapporto conflittuale tra modernità e originalità, centrale nella cultura romantica, a essere qui ridiscusso alla luce di una delle interpretazioni più convincenti del modernismo, quella cioè che, nei termini usati da Huyssen, vede nel modernismo un tentativo di interrompere la modernità stessa.

Il libro si compone di una breve introduzione, un capitolo iniziale che definisce il quadro storico e teorico di riferimento e altri quattro capitoli monografici, rispettivamente dedicati a Pirandello, Svevo, Palazzeschi e Gadda. Opportuni raccordi interni rendono il libro coerente e immune da rischi di dispersione centrifuga. Nel primo capitolo Godioli esplora diverse genealogie delle declinazioni del riso, che da espressione di equilibrio tra norme sociali e idiosincrasie personali (Sterne) diventa ora strumento di stigmatizzazione, ora, nella forma dell’ironia romantica, emblema della soggettività isolata. Le differenze tra culture nazionali emergono in maniera plastica: mentre il caso di Dickens mostra la sopravvivenza di una tipologia di riso benevolo, i casi francesi di Balzac, Hugo, Gautier e più avanti Flaubert, e quelli russi di Gogol’ e Dostoevskij riflettono sul rapporto tra originalità e standardizzazione attraverso figure di eccentrici sadicamente ridicolizzati. Date queste premesse, Godioli traccia una preziosa distinzione che consente di osservare continuità e discontinuità tra realismoottocentesco e modernismo: mentre nel primo il riso muove dalla stigmatizzazione di ciò che non si conforma alle norme della società borghese, nel secondo è il riso dell’autore, che reagisce alla violenza insita nella vita sociale, a prevalere. Questo non significa che gli eccentrici scompaiono, ma il riso da espressione di violenza e repressione diventa reazione liberatoria ad esse. La novella, in quanto genere dello stato di eccezione, ne diventa la forma narrativa elettiva.

I capitoli seguenti indagano le caratteristiche del riso nei quattro autori maggiori del modernismo italiano. Pirandello offre una casistica molto articolata, per cui accanto a personaggi che recuperano il modello del riso sterniano si collocano modalità differenti di derisione, associata a toni ora grotteschi, ora patetici, ora umoristici. Mentre grottesco e patetico sono ancora legati all’immaginario romantico dell’irregolarità aggredita, l’umorismo li disinnesca entrambi, pur preservando l’idea dell’autenticità da difendere di fronte alla conformazione. In Svevo, invece, la contrapposizione tra irregolarità e norme sociali viene intaccata: i suoi eccentrici non cercano spazi di fuga in cui coltivare la propria autenticità, ma anzi si affannano in tutti i modi per adattarsi e dissimulare. Se Palazzeschi da una parte riafferma potentemente il mito romantico dell’irregolarità, dall’altra ne neutralizza radicalmente la componente patetica. All’intenzione satirico-grottesca della narrativa breve di Gadda è dedicato l’ultimo capitolo, in cui Godioli sintetizza e mette proficuamente in prospettiva alcuni dei risultati del suo precedente lavoro su Gadda («La scemenza del mondo»: riso e romanzo nel primo Gadda, Pisa 2012). Il quadro complessivo che se ne ricava, convincente e innovativo, conferma la posizione peculiare dei modernisti italiani nel quadro europeo: l’originalità è, per essi, una forza ancora attiva e in conflitto con le tendenze omologanti della società di massa.

allegoria80

Solo la letteratura poteva mettere a nudo il gioco della trasgressione della legge – senza la quale la legge non avrebbe fine – indipendentemente da un ordine da creare. La letteratura non si può assumere il compito di dare ordine alla necessità collettiva. Non le conviene concludere: «quello che ho detto ci impegna al rispetto fondamentale delle leggi della città»; oppure, come fa il cristianesimo: «quello che ho detto (la tragedia del Vangelo) ci impegna nella via del Bene» (cioè, di fatto, della ragione). La letteratura è anche, come la trasgressione della legge morale, un pericolo. 

Essendo inorganica, è irresponsabile. Niente poggia su di essa. Può dire tutto.

Georges Bataille, La letteratura e il male 

 

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