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Maschile plurale: genere e nazione nella letteratura della Grande Guerra

In questo saggio l’autrice si sofferma sul rapporto tra pedagogia nazionale e costruzione del maschile in un ampio campione di testi della letteratura della prima guerra mondiale. Esplorando lo spazio immaginario nel quale diversi modelli del maschile vennero elaborati e negoziati, l’obiettivo è quello di provare a stabilire se, prevalentemente, questo esteso corpus di testi costituisca il sintomo di una crisi del maschile e non la base imprescindibile della retorica virile fascista – e se esso, nel pensare, rappresentare e raccontare il maschile, rinforzi la pedagogia della nazione o se piuttosto non la incrini.

In this paper, the author tackles the interplay between national pedagogy and the social construction of masculinity in a wide range of texts of the Italian literature of the First World War. By exploring how masculine patterns were worked out and negotiated in literary texts, the paper aims to discuss two main issues: 1. whether this ample textual corpus is a symptom of the crisis of early-twentieth-century masculine identity at large or simply the ground of virile fascist rhetoric; 2. whether, by rethinking, reimagining and retelling masculinity, such a corpus boosts the national pedagogy or rather undermines its tenets.

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allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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