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L’altra sponda del conflitto: le scrittrici italiane e la prima guerra mondiale

Quando si considera la letteratura di guerra, in Italia come in altri paesi, si pensa immediatamente alla produzione degli scrittori-soldato. In Italia più che altrove, si fa ancora fatica a includere gli scritti di donne sulla prima guerra mondiale nel genere della letteratura di guerra anche per via del fatto che si tende a considerare il fronte di combattimento e il fronte interno come due entità separate. A poco più di cento anni dall’intervento, questo articolo si propone di fornire una mappatura del contributo delle scrittrici italiane alla letteratura sulla Grande Guerra e al dibattito sul conflitto, e di riflettere sulle ragioni per cui gli scritti di donne sulla guerra siano rimasti a lungo ignorati in molti paesi belligeranti e in particolar modo in Italia.

When thinking about war literature, in Italy as well as in other countries, that which comes to mind immediately is trench literature produced by men. In Italy, even more so than elsewhere, studies tend to exclude women’s writings on World War I from war literature. This is in great part due to the fact that Italian literary scholars tend to see the internal front and the battlefront as separate entities. A century after Italy’s entry into World War I, this article aims to chart the contribution of female authors to the discourse on World War I. In addition, it reflects on why women’s writings on the Great War have remained marginalized for numerous decades, in Italy as well as in other belligerent countries.

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allegoria75

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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