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Terra di nessuno. Il Centenario della Grande Guerra in Italia e il difficile rinnovamento dello sguardo pubblico

Il Centenario della Grande Guerra ha rappresentato, quasi ovunque in Europa, l’occasione per un generalizzato rinnovamento delle prospettive storiografiche e dello sguardo pubblico sul conflitto. Al contrario, in Italia la continuità ha sicuramente prevalso sulla discontinuità. Questo giudizio si basa sull’osservazione di almeno tre fenomeni caratteristici del mercato editoriale e del campo degli studi storici. In primo luogo, la rarità (anche se non l’assenza) di opere ambiziose, in grado di rileggere complessivamente la storia d’Italia nel contesto del conflitto europeo. Quindi, la scarsa capacità degli storici italiani di inserirsi veramente nel dibattito internazionale alla luce dei nuovi orizzonti storiografici. Infine, la persistenza di una politica editoriale poco coraggiosa, soprattutto da parte delle case editrici nazionali più importanti, che hanno puntato frequentemente su opere già note (oppure su rielaborazioni giornalistiche, banali ed emotive), senza alcun apparente desiderio di promuovere la conoscenza critica e la ricerca innovativa. Questa resistenza ad un vero rinnovamento generazionale ha avuto delle profonde conseguenze. Tra le prime, la difficile ricezione nel mercato editoriale di un nuovo sguardo sulla storia della guerra italiana, alieno dagli estremismi ideologici che hanno segnato la storiografia della Grande Guerra nell’ultimo mezzo secolo.

 

Almost everywhere in Europe, the Great War Centenary has provided the opportunity for a general turn towards new historiographic perspectives and new public descriptions of the conflict. In contrast, in Italy, there has been a neat predominance of continuity over discontinuity, deductible by the observation of at least three distinctive phenomena in the fields of editorial market and historical studies. In the first place, the shortage (even if it is not complete absence) of far reaching works capable of rereading the whole of Italian history in the context of the European conflict. Then, the poor ability of Italian historians to productively join the international debate in the light of new historiographic horizons. Lastly, the persistence of cautious editorial policies, particularly by paramount publishing houses, which have frequently promoted well known old works (and their journalistic restatement, often simplified and emotional), showing no visible interest in encouraging critical knowledge and innovative research. This resistance to a true generational renewal has had heavy consequences, among which the difficult reception of a fresh point of view on the history of Italian war by the editorial market. A point of view which is free from the defining ideological extremisms common to Great War historiography in the last fifty years.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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