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Bertold Brecht - Il romanzo dei tui

[ trad. it. di M. Federici Solari, L’orma, Roma 2016 ]

Il romanzo dei tui, al quale Brecht lavorò tra il 1931 e il 1942, colma un vuoto importante nella produzione di un autore di cui in Italia è stato pubblicato quasi tutto. È un testo singolare, incompiuto e frammentario, del quale la bella introduzione di Marco Federici Solari restituisce la complessità stilistica, ideologica e filologica; un vero e proprio insieme di Versuche che ci proietta nella fucina dello scrittore tedesco e ce ne mostra gli attrezzi finissimi, le intemperanze, l’abrasivo umorismo.

Il tui, abbreviazione di «Tellekt-uell-in», è «l’intellettuale nell’epoca delle merci», emblema di una società capovolta che pone l’astratto spirito a base di ogni cosa, fino a trasformarlo in una seconda realtà che occulta i materiali rapporti produttivi di oppressione. L’umanesimo del tui, un «pensiero inefficace» fatto di generici «valori», è complementare alla «democrazia formale» delle moderne società liberali fondate sul diritto di stampo illuminista, come la Repubblica di Weimar. Ad accomunarli è l’idea, già derisa da Marx nella Questione ebraica, che il conflitto politico sia un conflitto tra visioni del mondo, svincolato dagli interessi privati. Dunque i tui «al momento pratico non sono altro che degli avvocati». Ma la pretesa di interpretare la società e la Storia a partire da istanze extrasociali ed extrastoriche si rivela estremamente pericolosa, al punto da condurre all’autosoppressione della democrazia. Anche Hitler è infatti un tui, «ma è un tui depravato»: mentre i tui istituzionali lo irridono per i suoi errori grammaticali, lui si muove da campione tra i discorsi, gioca con le frasi come si fa con un pallone, disputando «una partita di calcio straordinaria».

L’altra parola presente nel titolo oltre a tui è «romanzo». Ma il romanzo di cosa? Il protagonista qui non è più un individuo, ma la Storia, e la Storia vuole essere giudicata con estrema distanza. Per questo Brecht opera su questa materia per lui pure così calda (si pensi alla repressione della rivolta spartachista) una doppia operazione di straniamento.

Da un lato, tutta la vicenda è straniata attraverso la sua collocazione in una atemporale «Cima», impero di burocrati e funzionari, per cui tutti i nomi sono per così dire tradotti in «cimese»: abbiamo un Jü (Guglielmo II), un Ka-meh (Marx) e un Gogher Gogh (Hitler), tanto per citare i più noti. D’altro lato, rifiutato il modello del romanzo ottocentesco, la narrazione è spezzata attraverso il montaggio di capitoli quanto mai eterogenei in cui si recuperano le forme letterarie più svariate: così, oltre alla centrale Storia della repubblica dei tui, sono presenti una raccolta di versi, dei trattati, una serie di Storie di tui, barzellette, parabole, riflessioni. Data anche l’incompiutezza dell’opera, sembra di leggere un manoscritto dissepolto dalle profondità di un passato che ancora chiede risposta, proiettando il nostro presente nel suo orizzonte.

Brecht è quanto mai inattuale dopo che il tramonto delle ideologie è diventato l’unica ideologia accettabile. Ma forse proprio in questa inattualità risiede, oggi, la sua vera forza. Al di là della satira del tui radical chic, ogni pagina di questo libro mostra come tuismo e fascismo facciano parte dello stesso processo dialettico, siano due bocche dello stesso mostro. Ad essere paragonato a Denke, il contadino-killer che fabbricava utensili con i cadaveri delle sue vittime, non è Hitler, ma la classe dirigente della Germania degli anni ’10; a difendere «con l’artiglieria» la libertà d’espressione delle élite contro le manifestazioni operaie non sono i nazisti, ma i socialdemocratici. L’ombra di Denke incombe ancora sulle nostre magnifiche sorti e progressive. E allora, lette in maniera diversa, certe pagine del Romanzo dei tui porterebbero forse a diverse e più insidiose analogie: «Sostenevano che l’umanità si sarebbe ribellata all’ingiustizia non appena si fosse smesso di discorrere sulla giustizia. Ma in realtà di giustizia si era continuato a parlare. Solo, erano stati inventati nuovi discorsi per accompagnare le ingiustizie di sempre».

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  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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