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Stefano Carrai - La traversata del Gobi

[ Nino Aragno, Torino 2017 ]

Come il romanzo continua a mostrare doti onnivore di inclusività, così la lirica si conferma anche negli ultimi decenni il genere più stabile. Può dunque Stefano Carrai con la sua Traversata del Gobi (postfazione di Niccolò Scaffai) porre in limine un richiamo esplicito al Canzoniere per antonomasia: «Ora per ricomporre i tuoi brandelli/ anima mia/ altro/ che canzoniere/ ora/ mi ci vorrebbe un mago/ della sutura/ uno/ che facesse miracoli» (In chiave). Viene così subito offerta al lettore la chiave, almeno culturale, dei testi che seguono: evocazione della maggiore tradizione lirica passata e abbassamento. Accanto a «ricomporre» e ad «anima mia» stanno perciò «brandelli» (parola bassa ma anche ungarettiana) e la colloquialità di «altro che canzoniere»; accanto a Petrarca sta subito Caproni, quello del Seme del piangere («anima mia») e delle raccolte ultime. Come ha mostrato con grande finezza Scaffai nella bella postfazione, Carrai rilegge Petrarca, cioè la lirica dell’io, filtrandolo con lo sguardo ai maggiori del Novecento: il Montale più rastremato ed epigrammatico, quello delle Occasioni e magari di Satura, il Saba dello scandaglio che cerca il fondo e non sdegna il sublime del quotidiano, perfino l’Ungaretti della frantumazione metrica e memoriale; e di più Sereni e Caproni (di questo, Piccola litania è quasi un remake), e perfino Luzi e Fortini, dove con più nettezza si vede la divaricazione smarrita tra la fiducia nel potere evocativo della parola poetica e la consapevolezza della condanna manierista (alla quale sollecitano anche altri modelli pure presenti, da Gozzano a Raboni).

Poesia colta e colma di echi, come deve essere se a scrivere lirica è uno studioso della lirica; e tuttavia poesia della dissimulazione e non dell’esibizione: come mostrano la rima imperfetta e ipermetra tra «mago» e «miracolo» nella poesia sopra riportata, e magari l’allusione al più perfetto “ago” solo evocato dal «mago della sutura»; come mostra la ripresa, nel degradato «mago della sutura» (quasi un chirurgo plastico dell’anima), del «buon incantatore» del noto plazer dantesco; come mostra la raffinata perplessità metrica, con versi incatenati quali tessere del domino. Vediamo questo bell’inizio: «Di notte il gelo/ e di giorno non c’erano/ che sassi/ sabbie d’oro/ terra secca…». Possiamo fare un endecasillabo con le prime due unità (poste a scalino, per altro, come avviene spesso), o con la seconda e la terza, o con la terza, la quarta e la quinta insieme. Il lettore è così sempre in uno stato di disponibilità e di incertezza ritmica, anche per il recupero di varianti dell’endecasillabo espunte dalla normalizzazione petrarchesca (come «la senti nelle papille slabbrate»); il lettore è costretto a decidersi fra molte possibili piste ritmiche che complicano e arricchiscono la pagina: aperte e disponibili come la vita; il lettore è, perfino, chiamato a essere lui il «mago della sutura» che tenti la ricomposizione dei frantumi-brandelli.

Come nel libro di esordio poetico (Il tempo che non muore, con una nota di Luigi Surdich, Interlinea, Novara 2012), Carrai inscena un corpo a corpo con il tempo: quello perduto e quello presente, come impone il petrarchesco e moderno strabismo della memoria. E anche qui il tempo irredimibile non riguarda solo l’io ma, con una curvatura sereniana, una folla di perduti nella memoria, cui questa lirica concede la dignità stessa dell’io. Possono essere figure identitarie, come il padre o alcuni maestri e amici, o personaggi minori, come gli esercenti di un negozio di dischi e trenini elettrici. In ogni caso, fanno parte di un paesaggio dell’anima che qui rilegge il proprio cammino sotto la metafora del deserto: quello che dà il titolo al libro, e quello cui è destino essere riconsegnati nella Morgue che chiude il libro. Se è un deserto, però, è popolato di oasi e di carovane; disseminato di segni. La gratitudine del lettore è per averli fatti parlare, per averli ancora protetti.

allegoria76

  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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