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Carlo Emilio Gadda - Eros e Priapo. Versione originale

[ a cura di P. Italia e G. Pinotti, Adelphi, Milano 2016 ]

Da tempo si sapeva di un manoscritto di Eros e Priapo diverso dall’edizione Garzanti 1967 che, corretta, era stata inclusa nelle Opere dirette da Isella e che ha circolato sinora; e finalmente, possiamo leggerlo nel volume curato con rigore da Paola Italia (che da anni ci lavorava anche grazie a una piattaforma in rete) e Giorgio Pinotti. La nota al testo ricostruisce con grande esattezza una storia redazionale complicatissima, divisa fra la tentazione di Gadda di distruggere tutto, dopo alcuni rifiuti alla pubblicazione, e quella opposta di rincarare la dose dell’analisi e dell’ira. Rispetto all’edizione del 1967, questa è davvero la versione originale, come recita il sottotitolo? Data l’insoddisfazione di Gadda e la mutevolezza dei suoi umori, non arrischierei neppure a definirla originaria: la princeps non è infatti solo il frutto della (meritoria!) estorsione di Garzanti, ma asseconda alcune tendenze contraddittorie di Gadda stesso. Del resto, lo stato del manoscritto è spesso molto precario, e Italia e Pinotti hanno giustamente rinunciato a un’edizione critica che, alla fine, lo avrebbe sepolto tra gli apparati. Invece, è senz’altro opportuna la pubblicazione di una serie di scritti che gravitano intorno a Eros e Priapo, e aiutano a capirlo meglio.

Rispetto al volume del 1967, in questa versione c’è di più per estensione, intensità, intenzioni divergenti. Il libello è davvero scandaloso, e non solo per le sconcezze – tetre o irresistibilmente comiche. Inutile cercare di moralizzarlo, nascondendone le incongruenze, i limiti di visione, l’inaccettabilità di alcune posizioni. Certo, una tendenza propositiva c’è (Italia la mette bene in luce), e sta in una sorta di pedagogia freudiana, fondata su Eros e sul ripudio di Thanatos; ma quella strada si interrompe. Così, mentre induce spietatamente una nazione a riconsiderare la propria vicenda, Gadda mantiene una clamorosa reticenza sul suo fascismo, protratto sino al 1941, e si presenta ora come vittima della Storia, ora come ostaggio di invasate che però riescono a fare di lui un ridicolo imbelle. Consapevole della propria ambiguità solo per accenni densi ma elusivi, ricorre alla scrittura anche per liberarsi da un ingorgo che è pulsionale prima che culturale o ideologico. Anche per effetto di questa rimozione, del fascismo reale si dice ben poco. Il problema non è cercare cause o segnalare evoluzioni, ma registrare la bancarotta della ragione: «Certi storici non tengono conto bastevole del “male” e del “problema del male”; parlano come se tutto andasse per diritto, se non esistessero le infinite deviazioni, i ritardi, i ritorni, i ponti rotti, i vicoli ciechi della storia» (p. 25). Quella che si dovrebbe scrivere è perciò la «storia di alcuni stati d’animo: momenti di coscienza dei morenti di sete: dei sacrificati al pernacchio» (p. 20) – una versione gaddiana, genialmente eterodossa perché agitata dal latente senso di colpa, della storia dei vinti. E perciò, come si sa, Gadda non è antifascista ma antimussoliniano, non fa storia ma metastoria: dopo aver individuato nel duce il fallo seduttore della folla, in un esercizio di psicologia delle masse e di analisi biopolitica, si libera del fascismo per riflettere su alcune costanti della natura umana. Ma anche se il discorso si protrae in un tentativo di ricostruzione morale, temi e toni della polemica rimangono furibondi, enormi. La misogina è oltraggiosa e si dubita della necessità di dare il voto alle donne; non ci viene risparmiata qualche punta antisemita (p. 43); e neppure si può sanare lo scandalo del rapporto fra scrittura e argomentazione, fra Eros e Logos, fra pensiero e doxa: questo è pur sempre il libro di uno che, per difendere la ragione e le pulsioni sane, fa parlare anche istinti sordi, feroci, renitenti all’autocritica. La calma analitica del ragionamento è sconfessata dai ditirambi stranianti dello stile. Più che un capitolo dell’autocoscienza italiana davanti al fascismo, Eros e Priapo è l’atto di uno psicodramma prodigioso e non solo individuale.

allegoria76

  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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