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Jacob e Wilhelm Grimm - Tutte le fiabe. Prima edizione integrale 1812-1815

[ trad. it. a cura di C. Miglio, con 24 tavole di F. Negrin, Donzelli, Roma 2015 ]

Le Fiabe del focolare di Jacob e Wilhelm Grimm sono uno dei testi tedeschi più diffusi nei repertori letterari di tutto il mondo. Licenziate nella loro settima e definitiva edizione nel 1857, hanno conosciuto numerosissime edizioni anche in Italia, da quelle “d’uso” per i più piccoli (la prima: 50 novelle per i bambini e per le famiglie, tradotte da Fanny Vanzi Mussini, Hoepli 1897) a quelle di studio per un pubblico adulto (la più autorevole e diffusa: Fiabe, tradotte da Clara Bovero e introdotte dal folclorista Giuseppe Cocchiara per i Millenni Einaudi nel 1951, imprescindibile preludio alle Fiabe italiane di Calvino, uscite cinque anni dopo nella stessa collana). Mancava, tuttavia, una versione italiana del nucleo originale delle Kinderund Hausmärchen, pubblicate in due volumi tra il 1812 e il 1815 in un’Europa scossa dalle guerre napoleoniche: un nucleo assai diverso dalle successive edizioni ampliate e rimaneggiate.

Frutto, com’è noto, di un lavoro di ricerca tra le testimonianze orali di una cultura secolare, questa prima raccolta comprende 156 fiabe, contro le 200 dell’edizione definitiva. Il volume recentemente uscito per Donzelli la restituisce al suo pubblico originario: non quello infantile, ma una comunità (non solo nazionale) curiosa di risalire alle radici più profonde della propria cultura. La traduzione di Camilla Miglio, attenta a restituire ogni sfumatura del testo, è corredata da un raffinato studio critico e filologico sugli originali. La scelta di trasporre in italiano questi materiali, compresa l’importante prima prefazione dei Grimm, risponde all’esigenza di liberare i testi in traduzione – come già è avvenuto in Germania negli ultimi decenni – dalle sovrastrutture pedagogiche e stilistiche di cui gli stessi Grimm li avevano via via gravati, per riportarli alla forma originaria e riscoprire il loro stretto legame con la Naturpoesie, intesa come fondamento poetologico dell’unità linguistica, culturale e territoriale della Germania romantica.

Lo spirito di questa operazione di mediazione si rivela fin dalla copertina del volume, sulla quale Negrin raffigura Cappuccetto Rosso e il lupo che si muovono di spalle per addentrarsi nel bosco fitto: sebbene sia immediatamente riconoscibile la filigrana friedrichiana del Viandante sul mare di nebbia, al lettore italiano non può sfuggire il richiamo alla «selva oscura» dentro la quale i due personaggi, e lui con loro, si stanno progressivamente avventurando. La selva, dunque, come luogo dell’ignoto e della prova, è la metafora performativa che meglio introduce a questo volume, che finalmente svela e restituisce la lingua complessa e pluristratificata caratteristica della prima versione delle fiabe: la traduzione si muove con sicurezza tra lacerti linguistici arcaici e dialettali e forme del basso tedesco, mitigando con agilità le asperità di un testo ancora segnato da fenomeni di disfluenza del parlato tipici dell’oralità.

Questo ritorno alle origini, però, non si lascia descrivere solo su un piano linguistico: dando accesso alle versioni più antiche di alcune tra le più celebri fiabe della tradizione occidentale, la nuova traduzione ne fa risaltare il sostrato popolare, espressione di una cultura dominata da forze irrazionali e pulsioni istintive, e ancora estranea alle convenzioni sociali e morali che irrigidiscono, invece, le raccolte più tarde. La traduzione più filologica risulta così al tempo stesso – ma il paradosso è solo apparente – la più godibile per i lettori bambini, sollecitando più profondamente la loro curiosità per il perturbante, per ciò che non si lascia inquadrare in una morale coerente. Proprio facendo tesoro delle più recenti ricerche linguistiche e antropologiche sulla fiaba, Tutte le fiabe riporta alla luce, al di là delle incrostazioni borghesi ottocentesche, il sostrato più dirompente delle Kinderund Hausmärchen, dandocene una versione nutrita di tutto il Novecento: contemporanea.

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  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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