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Han Kang - La vegetariana

[ trad. it. di M.Z. Ciccimarra, Adelphi, Milano 2016 ]

Fissa spiritata i colleghi di suo marito, i loro denti che affondano nel tenero del manzo grigliato. Pensa alla distruzione delle vite, ci pensa zitta e con la faccia ottusa, mentre tutti in quel ristorante la deridono per la sua mania vegetariana, che in Corea del sud è condannata come un vezzo occidentale e che viene tollerata solo se a praticarla sono i monaci buddhisti e gli obesi. Attraverso la scelta alimentare della protagonista Yeong-hye e le reazioni iperboliche che questa provoca (fino al ripudio paterno), il romanzo La vegetariana denuncia come in Corea del sud brandire una contro-cultura equivalga a trasgredire e oltraggiare, a lacerare l’organismo armonico del paese. Eppure la violenza di cui è pervaso questo romanzo di Han Kang soltanto in parte è innescata dal rifiuto della carne. Quel che Yeong-hye respinge è molto più radicale: è la stessa forma umana del suo corpo, che cerca di dissipare in tutti modi, dapprima sottraendogli calorie fino a farsi tutta aguzza, e poi rinunciando alla postura eretta e rovesciandosi ossessa a testa in giù, con le braccia come radici confitte a terra, protese a succhiarla. Ma neppure assomigliare a una pianta le basta: quel che Yeong-hye sembra davvero volere è solo liberarsi della vita, di quella vita che invece le viene assegnata per forza, sotto forma di proteine iniettate nel braccio. Da libro che documenta le consuetudini culinarie dell’altrove, La vegetariana si tramuta allora in una meditazione scorata sull’esistenza vegetativa e sulla tirannia ospedaliera della sopravvivenza inculcata. È anche per via di questo infiammato nucleo bio-politico che il romanzo è stato insignito del Man Booker Prize nel 2016, anche se c’è chi mormora che il merito non sia della scrittrice Han Kang, ma di Deborah Smith, la traduttrice che ha virato quella sua prosa coreana in un inglese smagliante. Eppure Smith il coreano non lo sapeva neppure troppo bene, ed è lei stessa a confessarlo, suggerendo con spietata malizia che senza il suo intervento il romanzo di Han Kang non sarebbe mai balzato in primo piano e si sarebbe incagliato invece nei recessi della letteratura-mondo (https://www.pri.org/ stories/2016-05-18/how-self-taught-translatorcreated-literary-masterpiece-one-word-time). Avrà ragione Deborah Smith? Sembra confermarlo la casa editrice Adelphi, che commissionando la sua versione a Milena Zemira Ciccimarra ha scelto di basarsi sulla versione inglese del romanzo, destinando ai lettori italiani la traduzione di una traduzione. Nel paratesto dell’edizione Adelphi non c’è traccia alcuna dell’originale; non è neppure indicato il titolo coreano, 채식주의자 (Ch’aesikjuuija), sostituito da The Vegetarian. Che la traduzione abbia dunque scalzato l’originale, soppiantandolo del tutto? Dispiace pensare che sia questa la sorte italiana della letteratura-mondo.

allegoria76

  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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