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Andrea Inglese - Parigi è un desiderio

[ Ponte alle Grazie, Milano 2016 ]

Il romanzo di Andrea Inglese è insieme contemporaneo e anacronistico. La vicenda è quella di una formazione amorosa e intellettuale: Andy è milanese, di famiglia borghese, sa di essere destinato a una vita non banale e prova a sottrarsi alla ripetizione delle origini sognando l’avventura parigina. L’amore e la carriera procedono parallele, in un percorso di tentativi e disillusioni («le mie esigue doti di giovane aspirante a tutto»): il protagonista, che dopo l’inizio non viene più nominato, rinuncia progressivamente all’amore di Andromeda e alla carriera universitaria e dopo un soggiorno-fuga a Procida (l’isola degli scrittori e degli artisti) torna a vivere a Milano. Qui riscopre in un precedente amore clandestino una possibilità di vita rinnovata: non più nella città dei desideri giovanili ma in periferia, con una compagna e una figlia (in un idillio solo apparente, se la neonata viene definita «bomba biologica»). La forza del libro è il suo essere una narrazione fluviale, a tratti verbosa, ma sempre ficcante e lucida della generazione precaria cui Inglese ha dedicato riflessioni anche in versi: chi è nato tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta in Italia ha fatto i conti con l’aberrazione del lavoro non retribuito e con un sistema universitario paralizzato. Le pagine dedicate all’aspirante accademico, tra le migliori del libro, restituiscono il clima di sudditanza che porta i nuovi arrivati a comportarsi esattamente come chi li ha preceduti, senza quasi memoria della condizione pregressa. Stessa incertezza e mancanza di prospettive nella vita affettiva, dove si continua a ciondolare da un rapporto a un altro, con «un pensiero plurale e donnesco» e un interesse saltuario per una vita più pienamente affettiva. Quel che invece àncora il romanzo a un periodo ormai superato, soprattutto in considerazione degli anni recenti, è l’elusione del problema internazionale, del ritrovarsi non più giovani entro una congiuntura storica che riporta drammaticamente al centro la cronaca politica (ridotta nel romanzo a materia per «titoli di giornali»): dire Parigi, oggi, è dire Bataclan, ChampsÉlysées, attentati. Di tutto questo non vi è praticamente traccia. La preoccupazione del narratore è portarci entro un orizzonte epistemico le cui considerazioni vadano nel senso di un nichilismo integrale: il mondo è insensato, insensati sono il dolore, la sofferenza, la morte e di più le convenzioni sociali (la cravatta per parlare a un convegno, le scarpe lucide «da bara»). È come se il protagonista faticasse ad accettare la dimensione dell’adultità, in cui si realizzano gli inevitabili compromessi tra le esigenze pratiche e le aspettative ideali, la speculazione astratta e l’ineliminabile necessità della pagnotta. Altri autori coetanei, come Guido Mazzoni e Daniele Giglioli, hanno messo in forma saggistica o poetica il disagio occidentale, soprattutto delle generazioni che fanno maggiormente fatica a trovare una identità socialmente riconosciuta, ma nel libro di Inglese, che riflette su tutti i fenomeni della vita comune arrivando a proporre un repertorio della bêtise quotidiana, manca forse una riflessione su come l’indebolimento di qualunque autorevolezza intellettuale si debba all’egemonia delle forme virtuali, compensatorie e fintamente democratiche. Tra Proust (più volte citato) e Foster Wallace (lettura obbligatoria di certa intellighenzia nostrana), Inglese ha comunque trovato una forma al proprio desiderio, che ha chiamato Parigi: avesse scelto Milano, non sarebbe cambiato granché. Perché quello che fa difetto al romanzo non è tanto una forma compiuta (ché, anzi, la dispersione dell’esperienza viene perfettamente restituita dal narrato discontinuo e parasaggistico) ma la capacità (o la volontà) di proiettarsi fuori dalla propria percezione soggettiva, in regioni e ragioni di disagio che non siano l’ansia di perdere il concorso o la donna amata. Sarebbe bastato lasciar intravedere maggiori squarci di consapevolezza non solo ontologica del male, che sembra troppo spesso davvero ridursi alla fine solipsistica di quel sogno (o desiderio) chiamato Parigi.

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  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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