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Clemens Meyer - Eravamo dei grandissimi

[ trad. it. di R. Gado e R. Cravero, Keller, Rovereto 2016 ]

Come molti scrittori socializzati nella DDR, Clemens Meyer (Lipsia, 1977) ha una cultura letteraria eccezionale: autentico nerd della letteratura, può citare a memoria brani interi da Thomas Mann e Uwe Johnson come da autori di culto del sottobosco letterario, dal francofortese Jörg Fauser, di cui L’orma ha appena pubblicato il bukowskiano Materia prima, al suo concittadino Wolfgang Hilbig, poeta e romanziere tra i più rispettati della Ostmoderne, il postmodernismo tedesco-orientale. Autore ad oggi di due romanzi, due raccolte di racconti e di un diario letterario, nel 2015 Meyer è stato invitato a Francoforte a tenere le prestigiose lezioni di poetica inaugurate da Ingeborg Bachmann nel ’60 e riservate a personalità del calibro di Böll, Grass, Johnson, Wolf, Hilbig, Timm o Terézia Mora. Il suo romanzo d’esordio, Als wir träumten (2006), che ora Keller propone in una traduzione coraggiosa e riuscita, è un’opera coltissima (non avrebbe sfigurato con l’austera sovraccoperta bianca di un Supercorallo Einaudi), che tuttavia non ha nulla dello snobismo di molta letteratura colta: la tecnica e la tradizione sono messe al servizio di una narrazione secca e dinamica, di cui Luca Crescenzi sul «manifesto» ha sottolineato la céliniana spietatezza. Il romanzo segue, dall’infanzia ai vent’anni (1985-95), le vicende di un gruppo di ragazzi di una specie di Bronx comunista lipsiense, socialmente predestinati all’annientamento: Rico finisce in galera dopo una fallita carriera di pugile dilettante, Mark al cimitero consumato dall’eroina, Walter sfracellato contro un muro in una macchina rubata, Stefan detto Pitbull a spacciare (anche a Mark), Estrellita prostituta in un bordello, e Daniel, che l’ha silenziosamente adorata per tutta l’adolescenza, in un istituto di correzione. La caduta del muro, che taglia in due la loro giovinezza, non cambia nulla, se non le marche della birra e delle auto da rubare: socialismo o capitalismo, per chi sta ai margini non c’è riscatto. Con questo saremmo tutto sommato nell’orizzonte di un romanzo naturalista alla Zola. Ma la focalizzazione scelta da Meyer – «von ganz nah», molto da vicino, ha osservato Michael Saager su «konkret» – fa di Als wir träumten qualcosa di più: a raccontare la storia è l’unico dei protagonisti che non si è ancora del tutto perduto, Daniel, che nelle notti insonni e mentre lo accompagnano dal «dottor Confessore» ripercorre in ventotto capitoli costruiti come altrettante short stories, in cronologico disordine, gli anni in cui «eravamo dei grandissimi». Narratore in cattività come l’Oskar del Tamburo di latta, e altrettanto inattendibile, Daniel non sa spiegare «perché tutto è andato come è andato», perché «era tutto impazzito come in un sogno»: non ha imparato nulla, e la sua visione del mondo è rimasta quella di chi non ha altro modo di realizzarsi che sbronzandosi, prendendosi a cazzotti con quelli del quartiere accanto o aprendo una discoteca clandestina, pur di stare con gli amici, insieme. L’ottica della narrazione – questo il limite e la scommessa del romanzo – non si alza mai al di sopra di quest’orizzonte di valori, né mai si allarga ad altri ambienti, trascinando anche il lettore a osservare da questa angolazione il lato oscuro della Germania e la cattiva coscienza della modernità: un microcosmo asfittico che sembra non avere alcun rapporto con le regole del viver civile (se non conflittuali con la scuola, la polizia, il mercato), eppure dotato di regole proprie, codici di lealtà e solidarietà rudimentali, prepolitici, tribali, che il romanzo rappresenta con finezza straordinaria. La giovinezza dei protagonisti finisce quando essi stessi infrangono questi codici, tradendo quel legame comunitario che, paradossalmente, teneva in vita il sogno di un’esistenza diversa. «Quando sognavamo» è la traduzione letterale del titolo, o più malinconicamente: «quando avevamo dei sogni». L’ultima short story di Daniel, che racconta il primo innocente furto della banda di ragazzini, svela di che materia fossero fatti quei sogni. E la loro ambigua promessa di felicità.

allegoria76

  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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