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Gian Luigi Beccaria - L’italiano che resta. Le parole e le storie

[ Einaudi, Torino 2016 ]

In questo volume della collana «Passaggi» di Einaudi, con una i «come italiano» al centro della copertina, Gian Luigi Beccaria fruga «al suo solito» tra le pieghe delle parole, tra antico e nuovo.

Il primo capitolo («Italiano, tra libertà e norma») guarda alla lingua «come a una tastiera “rammemorativa”», contro le logiche di mercato che molti da ultimo, oltre che all’editoria, tentano di applicare a scuola e università, con profonde perdite. È un elogio della lettura e in particolare della lettura filologica, attenta alle tracce, ai richiami, agli indizi: l’Italia può vantare un primato lessicografico («L’invenzione del vocabolario fu una delle nostre glorie», p. 19) e tanti studiosi/narratori, poeti/critici e scrittori che sono «una festa del vocabolario». Oggi disponiamo delle sterminate risorse di internet, ma si perde di vista la «sponda» della memoria e dei classici: per scongiurare questo pericolo, Beccaria fa in concreto ciò che auspica, legge il presente e il futuro attraverso la storia. Se Pascoli, nei Pensieri scolastici, notava l’inizio di un «lavoro di demolizione», per istruzione e ricerca ben più distruttive risultano le recenti riforme volute dai “buropedagogisti”, di cui sono emblema parole come somministratori in luogo di educatori, prodotti per pubblicazioni, carriera anziché studio. Sostituire l’inglese all’italiano in alcuni corsi universitari è un impoverimento e un rischio, perché «la lingua non è soltanto veicolo, ma anche sostanza della conoscenza, oltre che mezzo di partecipato coinvolgimento» (p. 69): ben vengano invece termini scientifici internazionali (d’origine greca), come già suggeriva Leopardi. Realtà e buon senso lasciano spazio sia alla lingua materna, sia alle altre lingue e quindi all’inglese globale (senza dimenticare che certi anglismi di moda, come portfolio, altro non sono che italianismi di ritorno), sia alle varietà regionali, riconoscibili tanto nella pronuncia quanto nel lessico, con buona pace dei puristi di ogni tempo. Semmai preoccupano la vaghezza o la censura; Beccaria ne dà nuovi esempi, anche spassosi: si vedano le regole di Trenitalia, in base alle quali un ferroviere, in un annuncio, non può nominare in maniera diretta un guasto o un incendio, deve solo alludere a controlli o a interventi dei Vigili del fuoco (p. 115).

Il secondo capitolo («Il turbo e il chiaro») ritorna sul burocratese, l’antilingua descritta così bene mezzo secolo fa da Italo Calvino, in contrasto con l’esigenza di chiarezza avvertita già da Alessandro Verri («non farassi una vana pompa di termini rari e prelibati, facendo in tal modo che la lingua nazionale diventi forestiera e che abbisogni di traduzione», citato a p. 139). A tutti i livelli, le possibilità sono comunque molte, come mostrano le parole sui muri, da Pompei alle scritte sessantottine (di contestazione studentesca, o più ironiche e personali, come Potere ai gelatai e altre), fino a esempi attuali («l orgoglio non serve» postillato «ma l’apostrofo sì»). Anche per i politici, Beccaria nota le differenze: i «generosi discorsi a braccio» di Pertini, la «sostenutezza istituzionale» di Napolitano, slogan, stereotipi e strafalcioni di tanti. In letteratura e in poesia però «estraneità e sovraccarico sono concessi» e le parole, anche se suonano semplici e limpide, anzi, quanto più sono tali, hanno significati plurimi.

Infine, il capitolo terzo («Forme della lontananza») riprende temi cari a Beccaria, come parole e figure liturgiche, latinismi e santi un tempo famigliari e famigliarmente reinterpretati, o storie di nomi propri, di persone e di luoghi, con incursioni nella toponomastica di Venezia, dove il Risorgimento porta via Garibaldi ma non via Vittorio Emanuele, che resta Strada nova, così come restano nomi legati ad antiche professioni e botteghe (Calle dei Fuseri, delle Balanze, del Strazzarol…), perché nella lingua qualcosa si perde e cambia, ma molto è preservato. Beccaria lo racconta, con una nostalgia che non è rimpianto ma guarda ai maestri e al progresso.

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  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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