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Debjani Ganguly - This Thing Called the World: The Contemporary Novel as Global Form

[ Duke University Press, Durham (NC) 2016 ]

Il dibattito sulla dimensione mondiale della letteratura ha vissuto negli anni Novanta una fase di esplosione bibliografica incontrollata, tutt’ora in corso. Dagli studi culturali alla comparatistica, dalle teorie post-coloniali alla sociologia della letteratura: negli ultimi venti anni la categoria di world literature è stata al centro di un traffico teorico e accademico fatto di continue revisioni e delimitazioni. L’etichetta, che fu già di Goethe e Marx, ne è uscita indebolita, caratterizzata da una vaghezza meta-storica e trans-genere che l’ha resa, di fatto, inutilizzabile. Se c’è, allora, un merito in questo This Thing Called the World, è proprio nella scelta di un’accezione forte di world literature, con confini temporali (con il 1989 a far da discrimine) e intra-letterari (il genere analizzato è il romanzo) ben delimitati. La tesi al centro del saggio è presto detta: a partire dal 1989 si impone un nuovo tipo di romanzo, che porta, inscritta nella sua forma, un’inedita vocazione planetaria. Con scelta significativa ma non nuova, Ganguly chiama questa modalità narrativa global novel: si situa così, nel dibattito sulla world literature, sul versante di studi concentrato sulla relazione, storicamente situata, tra la letteratura e il processo di globalizzazione. La nascita del romanzo globale si deve, secondo la studiosa, alla convergenza di tre fenomeni interconnessi. Il primo riguarda l’assetto geopolitico che emerge dalla fine della guerra fredda: guerre etniche e terrorismi di matrice religiosa diventano elementi costitutivi dell’orizzonte quotidiano di milioni di persone, non più eventi isolati. Il secondo discrimine è da cercare nell’ampio spettro di trasformazioni culturali e percettive che si forma durante la rivoluzione digitale, attiva sin dagli anni Settanta e sempre più incisiva dall’ultimo decennio del Novecento. Nei nuovi media l’integrazione costitutiva di modi comunicativi differenti (scritto, orale, visivo) dà forma a un’epistemologia inedita, che il romanzo globale registra criticamente (qui il modello è Saturday di McEwan). Da questo scenario di dirompente iperconnettività mediatica, infine, emerge il terzo cambiamento: la nascita di una nuova forma di sensibilità umanitaria su scala globale, del tutto post-liberale, fondata sulla ricorrenza ossessiva di immagini di violenza e guerra. Il libro di Ganguly alterna argomentazione storicoteorica e analisi testuale (da Ghostwritten di Mitchell a Falling Man di DeLillo, fino alle graphic novel di Joe Sacco e Art Spiegelman). Se la riflessione teorica, in alcuni momenti, dà l’impressione – peraltro ricorrente in molti studi di area angloamericana – di trovar forma attraverso una sorta di collage, non sempre felice, di teorie provenienti dalla filosofia politica e dalle scienze umane, i passaggi migliori del libro sono quelli in cui la studiosa legge i romanzi scelti, alla ricerca di quelli che definisce «world-scale burdens of novel after 1989». Si tratta di un’operazione di close reading niente affatto ovvia, visto che una delle suggestioni più diffuse negli studi sulla world literature consiste, all’opposto, in quella pratica di distant reading teorizzata da Moretti.

L’analisi di Ganguly è guidata dalla concezione dichiaratamente bachtiniana del romanzo come genere in divenire. Ne risulta una poetica del romanzo contemporaneo agonistica e combattiva che, per quanto schiacciata sull’area anglofona, convince per duttilità e riscontri testuali. Attraverso i suoi specifici dispositivi (èkphrasis, icono-testi, pluridiscorsività), il romanzo può agire come un congegno che continuamente mette in crisi la normalizzazione delle immagini di guerra e violenza dei nostri tempi. Aggirando la prospettiva apocalittica di molti studi sulla letteratura globale, che insistono sui processi di standardizzazione e uniformazione estetica, Ganguly si concentra sul nucleo profondo che lega, oggi, etica e narrativa: quali universi morali e percettivi, eclissati dalle altre forme estetiche, può aprire il romanzo contemporaneo?

allegoria76

  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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