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Francesco Sabatini - Lezione di italiano. Grammatica, storia, buon uso

[ Mondadori, Milano 2016 ]

In esergo c’è un pensiero di Mario Luzi: «La lingua è dentro di te, / tu sei tra le sue braccia». Francesco Sabatini si rivolge direttamente al destinatario, nella forma classica del dialogo e un po’ come Italo Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore. In effetti, questo libro è davvero un viaggio nella lingua e in particolare nella lingua italiana, un percorso diviso in due parti: prima dieci Dialoghi con il lettore, poi altrettanti Inviti ai piaceri della lettura e della grammatica, il tutto inframmezzato da quadri di approfondimento, figure e Provocazioni, o dubbi, con risposte in appendice.

Si parte dalla primissima infanzia, nella quale cominciamo ad associare cose e sensazioni ai simboli linguistici, ai vocaboli con cui le sentiamo chiamare; si parte addirittura dalle origini della specie umana, con l’homo sapiens che sviluppa il linguaggio verbale. Quest’ultimo è l’unico linguaggio capace di spiegarsi da solo, di definire le parole con parole, nonché di spiegare gli altri linguaggi (musicale, matematico eccetera). Il volume dà molte informazioni concrete, anatomiche e neurologiche, sulle aree del cervello contenenti i centri del linguaggio, sull’apparato fonatorio e articolatorio, che serve a respirare, mangiare e parlare, su vista e mano, attraverso cui passa invece la lingua scritta. Sono citati gli studi più recenti per ribadire come la scrittura manuale, anche in corsivo, sia importantissima e non sostituibile con strumenti informatici. Sabatini introduce i fonemi e le loro combinazioni attraverso un esperimento-gioco, paragona la segnaletica stradale ai geroglifici, rammenta l’iniziale rivendicazione della superiorità del disegno da parte di Leonardo da Vinci, «omo sanza lettere», per giungere alle attuali faccine («bel termine italiano» per emoticons o emoji), ricollega le abbreviazioni degli sms a quelle delle epigrafi antiche, di Tirone e dei copisti medievali. Non demonizza ma spiega, discute, confronta. Parla di greco, latino, ebraico, arabo e del «melograno» delle lingue europee (secondo l’immagine di Zanzotto) per raccontare la storia dell’italiano e dirci che «il cammino successivo della nostra lingua ora dipende da noi che la usiamo e che fortissimamente ne dipendiamo» (p. 79).

Nella seconda parte, vengono proposte quattro letture (dall’epistola di Machiavelli a Vettori, all’Anguilla di Montale, a una pagina di Gian Antonio Stella sugli emigranti italiani, a un brano di Ilvo Diamanti dedicato invece ai migranti verso l’Italia e l’Europa) e varie riflessioni e analisi, basate sul modello della grammatica delle valenze e sulla pragmatica testuale. Sabatini si preoccupa quindi di ciò che si «può fare (ma pochissimo si fa) per la nostra Scuola», da cui si dovrebbe estirpare il «pedagogese», «varietà della stessa cattiva pianta» dell’antilingua – come la chiamava Calvino – sempre più inzeppata di espressioni nebulose quali tematiche o problematiche, preferite ormai purtroppo quasi sempre a temi e problemi. Per contrastare questo linguaggio «senza freni», inutilmente prolisso, sarebbe bene ispirarsi alla «tagliente brevità dell’idioma britannico», viceversa scimmiottato in modo superficiale, trasferendo in italiano anglismi «fastidiosi e sguaiati» come mission, performance o competitor. Frasi segmentate (A me, mi piace così) percepite da molti come errori sono in realtà strutture forti di una lunga tradizione e normali in «testi che vogliono “dialogare” con il lettore»; il congiuntivo non è morto, ma anzi si trova, non di rado, un ipercongiuntivo, adoperato a sproposito. Tra gli usi che non si vorrebbero vedere accolti nel futuro italiano rientrano l’ambiguo piuttosto che disgiuntivo (per dire o, oppure) e la terribile «location per ogni indicazione di luogo, sede, ambiente». Sabatini è, giustamente, molto amato, riesce a trasmettere entusiasmo, suscitare meraviglia e illustrare ogni questione in maniera chiara e puntuale: speriamo dunque che i suoi suggerimenti vengano seguiti!

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  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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