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Lucinda Spera - «Un gran debito di mente e di cuore». Il carteggio inedito tra Alba de Céspedes e Libero de Libero (1944-1977)

[ FrancoAngeli, Milano 2016 ]

Sfogliando l’elenco delle riviste intellettuali novecentesche schedate dal progetto di ricerca e digitalizzazione dell’Università di Trento «Circe» (http://circe.lett.unitn.it), è raro imbattersi in una donna direttrice – a meno che non si tratti di un periodico con marcate connotazioni di genere o di ambito pedagogico-educativo. Ancora nel Novecento è insomma un fatto eccezionale in Italia che una donna si trovi a dirigere un gruppo di intellettuali, solitamente per lo più uomini, rivolgendosi a un pubblico colto e gender-neutral.

Il caso più noto è certamente quello di Marguerite Caetani, una ricca ereditiera americana sposata al principe Roffredo Caetani, direttrice della rivista internazionale, con sede a Roma, «Botteghe Oscure» (1948-1960). La direzione Caetani si configura però come una specie di eccezione al quadrato se si considerano da una parte la natura internazionale della rivista e del network su cui si appoggia, dall’altra lo straordinario accumulo di capitali sociali della principessa: economico (il patrimonio ereditato), sociale-mondano (a partire dal titolo nobiliare), ma anche specificamente letterario, essendo stata Marguerite, nella Parigi degli anni Venti, la direttrice di «Commerce», una delle maggiori riviste del Modernismo europeo.

Più interessante, perché le sue condizioni di possibilità risultano meno straordinarie, è il caso della direzione della rivista «Mercurio», fondata a Roma nel 1944 e pubblicata fino al 1948, da parte della scrittrice Alba de Céspedes (1911-97), la cui figura il carteggio con il poeta e narratore Libero de Libero (1903-81), da poco uscito per le cure di Lucinda Spera, contribuisce a illuminare ulteriormente.

I due scrittori entrano in contatto nel 1944, l’anno della fondazione di «Mercurio»: nella Roma appena liberata de Céspedes progetta la rivista con l’intento di farne il proprio contributo alla rinascita della nazione, e per farlo allarga la sua già cospicua rete di contatti letterari, cercando collaborazioni da intellettuali a lei ancora sconosciuti, come de Libero. Il loro carteggio proseguirà fino al 1977, e il rapporto, inizialmente professionale, diventa presto un’amicizia fondata su un’affinità «di mente e di cuore» che, se si dovesse giudicare esclusivamente dai tratti esterni delle rispettive biografie, apparirebbe piuttosto improbabile. De Céspedes è una scrittrice plurilingue, di cultura e biografia cosmopolite: il padre è cubano, il secondo marito un diplomatico che Alba accompagna negli Stati Uniti tra ’48 e ’52; all’inizio degli anni Settanta, inoltre, la scrittrice si trasferisce a Parigi. De Céspedes è poi una romanziera di successo, che gode di una relazione privilegiata ed esclusiva con il maggiore editore italiano del Novecento, Mondadori, che già negli anni Cinquanta le dedica, come consuetudine con i suoi autori più rilevanti, la collana «Opere di Alba de Céspedes». De Libero è invece nato a Fondi, in Ciociaria, dove continua a trascorrere le vacanze e le estati; è un provinciale trapiantato a Roma, a disagio nei salotti, dei cui riti intellettualmondani (come il premio Strega dei coniugi Bellonci) si fa caustico giudice nelle lettere all’amica; una personalità tendente alla depressione, che attribuisce la propria marginalità letteraria nel secondo dopoguerra alle trame di una schiera di “nemici”, tra i quali compaiono anche i Mondadori: della tempestosa relazione del poeta con Alberto, Arnoldo e Giorgio Mondadori, Spera offre testimonianza nelle lettere pubblicate in appendice, dove ripropone anche gli articoli di de Libero usciti su «Mercurio».

Nel saggio introduttivo al carteggio la curatrice ricostruisce le tappe di quest’amicizia improbabile, durata più di un trentennio; Spera costruisce così una biografia parallela dei due scrittori focalizzata sugli anni, decisivi per la ricostruzione e la modernizzazione dell’Italia, che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale ai primi anni Ottanta.

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  «Non sono le necessità della riproduzione biologica a determinare l’organizzazione simbolica della divisione sociale del lavoro, e successivamente, di tutto l’ordine naturale e sociale; è piuttosto una costruzione arbitraria del biologico, e in particolare del corpo, maschile e femminile, dei suoi usi e delle sue funzioni, soprattutto nella riproduzione biologica, a offrire un fondamento in apparenza naturale alla visione androcentrica della divisione del lavoro sessuale e della divisione sessuale del lavoro, quindi di tutto il cosmo».

Pierre Bourdieu, Il dominio maschile.

 

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