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Gabriele Cingolani - «L’italiano non è l’italiano». Spazi, confini (e invasioni di campo) della competenza linguistica a scuola

1. Prologo: l’aula vuota

Comincio a scrivere questa nota seduto alla cattedra della mia quarta effe. Sono le nove e mezza del sette di giugno, penultimo giorno di scuola, ed è un mercoledì. Io il mercoledì dalle nove alle undici ho lezione di italiano in questa classe. Eppure oggi sono da solo. I banchi sono tristemente vuoti, a parte un po’ di fogli di appunti stropicciati e alcuni libri abbandonati che i bidelli hanno messo in bella vista, forse nella speranza che qualcuno prima o poi passi a recuperarli.

La mia quarta effe non è più in aula da un paio di settimane, da quando ha iniziato lo stage previsto per tutti gli alunni delle scuole superiori d’Italia dal progetto di alternanza scuola-lavoro. Dunque quei diciannove studenti, oggi, non sono qui a leggere con me Leopardi o Manzoni, ma da qualche parte in giro per la provincia: in un museo o in un negozio di biancheria intima, in biblioteca comunale, nella fabbrica di scarpe dell’amico o nell’azienda agricola di un lontano parente, alla stazione dei carabinieri o nelle scuole elementari del paese qui vicino. Ieri ho chiamato in comune – ufficio cultura – per un’informazione qualsiasi e mi ha risposto uno di loro: non sapeva dirmi nulla di quello che mi serviva, naturalmente, e mi ha passato l’addetto preposto. Mentre quel ragazzo rispondeva al telefono, probabilmente…

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allegoria80

Solo la letteratura poteva mettere a nudo il gioco della trasgressione della legge – senza la quale la legge non avrebbe fine – indipendentemente da un ordine da creare. La letteratura non si può assumere il compito di dare ordine alla necessità collettiva. Non le conviene concludere: «quello che ho detto ci impegna al rispetto fondamentale delle leggi della città»; oppure, come fa il cristianesimo: «quello che ho detto (la tragedia del Vangelo) ci impegna nella via del Bene» (cioè, di fatto, della ragione). La letteratura è anche, come la trasgressione della legge morale, un pericolo. 

Essendo inorganica, è irresponsabile. Niente poggia su di essa. Può dire tutto.

Georges Bataille, La letteratura e il male 

 

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