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Tra diagnosi parziali e terapie sbagliate. Riflessioni di un filologo romanzo formatore di insegnanti

Il mio intervento nel dibattito sull’insegnamento della lingua italiana nella Scuola e sulla lettera cosiddetta «dei Seicento» è legato a filo doppio a una ormai ventennale esperienza come formatore di insegnanti: e parlo sia di docenti, per così dire, “in ingresso” (SIS e TFA) sia di docenti con anni (in alcuni casi molti anni) di esperienza alle spalle (i corsi abilitanti cosiddetti “143” prima, i PAS poi). A tale riguardo voglio sottolineare che la formazione degli insegnanti è stata per me in questi anni sostanzialmente atto di militanza culturale e politica.

I problemi affrontati dalla lettera cosiddetta «dei Seicento» rientrano nella più generale tematica della variazione linguistica: e invece di questa tematica la lettera mostra a mio avviso di non tenere il debito conto. Da questo punto di vista forse proprio il mio essere un filologo romanzo mi rende particolarmente sensibile, giacché la variazione linguistica (in tutte le sue dimensioni, ma soprattutto sub specie diacronica, diatopica e diafasica) sta alla base del mio lavoro. Ovviamente non c’è qui il tempo per declinare in tutti i suoi aspetti questo assunto. Mi permetto di darlo, come dire?, per “assiomatico”, poiché ritengo più pertinente…

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  Come i giochi del bambino, la letteratura apre uno spazio immaginario fondato sulla sospensione o neutralizzazione della differenza tra vero e falso, uno spazio in cui vige il diritto di rispondere al piacere dell’immaginario. L’apertura stessa di un tale spazio costituisce una formazione di compromesso tra le istanze opposte del reale e dell’irreale. Questa ipotesi sulla letteratura in generale vale doppiamente per la letteratura con temi soprannaturali, un ambito che abbiamo già definito due volte immaginario.

Francesco Orlando.

 

Teoria e critica

Canone contemporaneo

Il libro in questione

Insegnare letteratura

Tremila battute