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Stefano Carrai - Saba

[Salerno, Roma 2017]

È raro, di questi tempi, che, in una monografia de­stinata principalmente allo studente universitario, chiarezza espositiva e eleganza di scrittura convi­vano senza nuocersi a vicenda. Il Saba di Carrai riesce invece nel difficile intento, senza peraltro rinunciare a una lettura in gran parte originale e tutt'altro che meramente manualistica della poe­sia sabiana. La cui nascita viene ricollegata a una tradizione di classicismo triestino (e va da sé mino­re), che contribuisce a spiegarne la diversità rispet­to alla temperie avanguardistica coeva. Non meno presente, nel libro, è l'attenzione al dato biografico, ricostruito minutamente grazie a testimonianze note, ma non di rado trascurate, di amici e corri­spondenti. E con almeno una scoperta che stravol­ge luoghi comuni da tempo immemorabile incista­ti nella storia della ricezione sabiana: l'amata balia slovena non si chiamava affatto Sabaz, ma Gabra­vich (il che avvalora la tesi che la scelta dello pseu­donimo Saba volesse alludere alla festività dello Shabbat e fosse dunque il segno di una consape­vole rivendicazione delle origini ebraiche materne). Tanto scrupolo documentario sarebbe persino eccessivo per altri scrittori, ma non per l'autore del Canzoniere, nel quale poesia e biografia, come si sa, sono inscindibili. Ed è anzi probabilmente pro­prio questa inscindibilità (più della scarsa «capaci­tà autopromozionale» rispetto ad altri poeti, come ipotizza Carrai) la vera causa dell'inclusione tarda e non priva di incidenti di percorso di Saba nel canone "alto" del Novecento: un canone segnato da quello che una volta si sarebbe detto "novecen­tismo" (e che oggi potremmo chiamare, in senso più ampio, modernismo), caratterizzato da quella "disumanizzazione" e impersonalità che, secondo Hugo Friedrich, qualificherebbe la lirica moderna. A tale proposito, si deve sottolineare anche che questo studio è tra i primi a interrogarsi sul rappor­to tra Saba e la poetica modernista. La «svolta sti­listica in direzione modernista» (p. 175) è infatti qui individuata all'altezza cronologica dei primi anni Trenta, e prende le mosse, in prima istanza, dalla lettura entusiastica del Porto sepolto di Ungaretti (nell'edizione del 1923), per poi giovarsi anche dell'incontro con Penna e con Montale. Tale svolta consisterebbe, secondo Carrai, in una progressiva scarnificazione dell'espressione che, sommandosi al già da tempo acquisito abbassamento lessicale (le "trite parole"), e al recente apporto della psica­nalisi (la cura con Weiss ha inizio nel 1929), dà forma e sostanza alla nuova poetica sabiana. Sono solo pochi e problematici spunti interpretativi, che però danno indicazioni preziose a chi volesse in futuro affrontare una questione complessa e oggi di grande attualità storiograficaTra gli aspetti notevoli della monografia di Carrai sono da sottolineare infine l'ampia antologizzazio­ne delle poesie sabiane, spesso adeguatamente commentate, e attenzione rivolta alla scrittura in prosa. E se forse lo spazio dedicato ai racconti ri­sulta un poco eccessivo in proporzione alla loro qualità estetica, le pagine dedicate a Ernesto e quelle sulle Scorciatoirendono bene il valore dell'unico e incompiuto romanzo sabiano e l'acu­tezza della scrittura aforistica. È il Saba che scrive, come al solito in controtempo rispetto i suoi con­temporanei, frasi sferzanti come questa: «IL NOVE­CENTO pare abbia un solo desiderio: arrivare il pri­ma possibile al Duemila».

allegoria77

  Come i giochi del bambino, la letteratura apre uno spazio immaginario fondato sulla sospensione o neutralizzazione della differenza tra vero e falso, uno spazio in cui vige il diritto di rispondere al piacere dell’immaginario. L’apertura stessa di un tale spazio costituisce una formazione di compromesso tra le istanze opposte del reale e dell’irreale. Questa ipotesi sulla letteratura in generale vale doppiamente per la letteratura con temi soprannaturali, un ambito che abbiamo già definito due volte immaginario.

Francesco Orlando.

 

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