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Vincenzo Consolo - Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione. 1970-2010

[ a cura di N. Messina, Bompiani, Milano 2017 ]

Si tratta di una raccolta di sessantaquattro articoli sulla mafia a cui il curatore ha dato un ordine cronologico rispettando «i processi elaborativi dell’Autore e del suo ne varietur conclusivo» (p. 7). Un’appendice con Altre notizie sui testi e un Regesto chiudono l’opera con un lavoro filologico accurato e un confronto tra la versione definitiva del testo e altre fonti di vario tipo, utile per rintracciare le motivazioni dei diversi scritti.

L’ordine cronologico conferisce al volume un andamento narrativo che permette al lettore di seguire l’evolversi delle vicende storiche che riguardano la mafia e il costante impegno di Consolo, che ancora una volta si propone come osservatore della realtà siciliana. In apertura fa da introduzione un articolo di inquadramento storico sulle origini della mafia, sulla scia di alcuni dei celebri libri di Michele Pantaleone, alla cui attività di denuncia sono dedicati altri interventi. È difficile, e forse non così utile, dar conto della quantità dei temi trattati; l’elenco non darebbe il senso della complessità. Piuttosto va messo in rilievo il parallelo impegno di Consolo nella narrativa e nella saggistica: nella raccolta si disvela lo stile piano e discorsivo degli scritti di cronaca, che fa da contrappunto alla prosa sperimentale o talvolta poetica dei romanzi. Ma forse è meglio dire che questa scrittura si annuncia in qualche modo: gli articoli che trattano delle stragi di Capaci e di via D’Amelio conducono a Lo Spasimo di Palermo (1998).

E proprio dallo snodo che rappresentano queste due stragi parte la riflessione centrale di Consolo: non si tratta solo di una mafia storicizzata, ma di un fenomeno attuale e vicino, contro il quale agire. Consolo costruisce un filo rosso che da Francesca Serio di Le parole sono pietre arriva alla vedova Schifani: «nobilissimo viso da Madonna di Antonello, profondo, fermo dolore, furia rattenuta da tragica Ifigenia o Antigone», che durante la cerimonia funebre per le vittime della strage di Capaci disubbidisce al cerimoniale e lancia la sua invettiva contro gli «uomini della mafia» (p. 102). Ma è questo il segno di una disarmante e profonda disillusione, come meglio si precisa in un successivo intervento, sempre dedicato all’episodio di Capaci: «La tonnellata di tritolo è esplosa nella vacanza della suprema autorità, nel vuoto del governo dello Stato, mentre le forze politiche si staccano sempre più dalla realtà di questo paese, si avvitano in loro stesse nella lotta per il potere» (p. 107). Emerge qui il tema che sarà centrale nello Spasimo: quella crisi di credibilità dello Stato che ha le sue radici nell’intreccio tra terrorismo politico e sopraffazione mafiosa. E a proposito della genesi di quella crisi è curioso un vuoto nella raccolta che va dal 1975 al 1982. Di Moro però Consolo parlerà nel ’93, in occasione dell’inchiesta che vide Andreotti indagato per l’omicidio Pecorelli, ricorrendo ancora una volta all’invettiva: «è venuto alla ribalta il misfatto più oscuro e inquietante consumato in quel 9 maggio 1978» (p. 130). Contraltare all’invettiva è l’ironia: conforto e risorsa. È questa la cifra di un intervento dal titolo suggestivo, Totò si n’è juto, che commenta l’arresto del Presidente della Regione Cuffaro; o di Poeti di Sicilia, un quadro ironico e pungente della classe politica al tempo di Berlusconi o Lombardo che chiude la raccolta con un verso di Buttitta: «Cu voli puisia venga ‘n Sicilia». Ma di fronte a questa varietà di temi e articoli, colpisce l’assenza di una cornice storica che offra una contestualizzazione sugli argomenti affrontati da Consolo. Il testo è affidato ad una Nota del curatore che, se risulta decisiva per conoscere i criteri editoriali, non è tuttavia esaustiva di un’operazione culturale come quella proposta, in cui emerge la peculiarità del saggismo di Consolo. Se «diverso è lo scrivere» cronache e riflessioni, al lavoro filologico avrebbe fatto da opportuno contrappunto una guida storico-critica rivolta al lettore, per ora spaesato dalla lettura di singoli episodi sulla mafia. 

allegoria79

I sommersi e i salvati è stato a lungo considerato il libro-testamento di Primo Levi. Ibrido di saggistica e narrativa, uscito meno di un anno prima del suicidio del suo autore, è un testo molto citato, spesso in relazione a Se questo è un uomo; meno numerosi sono i casi in cui viene studiato autonomamente. È giunto il momento di rilanciare un’interpretazione complessiva di uno dei libri più importanti del secondo Novecento italiano.

 

Teoria e critica

Il libro in questione

Canone contemporaneo

Tremila battute