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Riccardo Capoferro - Novel. La genesi del romanzo moderno nell’Inghilterra del Settecento

[ Carocci, Roma 2017 ]

Il sobrio sottotitolo di questo saggio potrebbe sviare qualche lettore osservante delle partizioni disciplinari: Novel di Riccardo Capoferro è invece un’indagine che si rivolge a tutti gli studiosi del romanzo, e che torna ancora una volta alle origini di questo genere letterario per rileggere schemi interpretativi da tempo consolidati.

In controtendenza rispetto alle trattazioni contemporanee che ne rintracciano le origini nell’antichità (Doody, Pavel), Capoferro riconnette l’emergere del genere romanzo alla frattura storica che l’Europa (e l’Inghilterra per prima) conosce nel corso del diciottesimo secolo, posizionandosi dunque all’interno della tradizione critica che sottolinea l’interdipendenza tra romanzo e modernità. Si tratta però di una modernità non del tutto sovrapponibile a quell’idea di società borghese e liberale, nella quale la dimensione individuale può svilupparsi senza restrizioni, che dopo Ian Watt siamo abituati a considerare la culla del romanzo moderno. È anzi proprio dalla ridiscussione di questo dato storico-sociale che il libro costruisce il proprio originale impianto: per quanto la lettura di Watt sia stata arricchita da analisi formali sempre più raffinate, l’equazione tra ascesa del romanzo e affermazione della classe media borghese è rimasta infatti sostanzialmente operante nella teoria successiva che vede nel romanzo il terreno di elaborazione di una nuova cultura del particolare. In linea con la rilettura di Watt proposta da Michael McKeon, Novel salda invece l’emergere del romanzo non tanto all’ascesa della società borghese quanto all’affermarsi della società civile, ovvero allo svilupparsi di una dialettica tra le ideologie che si contrappongono nel Settecento inglese: quella borghese, quella aristocratica (alla quale, almeno fino alla fine del Settecento, i borghesi desiderano assimilarsi) e quella dei conservatori alla Swift, fautori della tradizione non per «adesione incondizionata alle gerarchie del passato, ma nella coscienza che la loro salvaguardia costituisca il male minore». Queste diverse posizioni ideologiche ed epistemologiche, in cui i relitti del passato non restano inerti ma entrano dialogicamente in conflitto con ciò che li minaccia, trovano uno spazio di confronto in quella “sfera pubblica” che inizia a costituirsi appunto nel corso del Settecento, e di cui il romanzo diventa il principale strumento di rappresentazione. La nozione di “sfera pubblica”, più agile rispetto alla categoria di totalità (non necessariamente trascendente ma comunque inamovibile), rende così più chiaramente visibile il legame tra esperienza privata ed esperienza collettiva, mostrando come nel romanzo il conflitto ideologico si traduca, attraverso la rappresentazione realistica delle diverse posizioni (personaggi che agiscono cioè in un contesto riconosciuto dai lettori come “reale”), in concreti comportamenti morali. Da questa angolazione teorica il saggio rilegge dunque le opere di Defoe, Richardson, Fielding, passa per l’opera di una maestra del realismo quale George Eliot (capace di mostrare, «oltre a un’attenzione agli eventi ordinari, la complessità della vita morale e dei fenomeni sociali, inquadrati grazie a nuovi paradigmi»), per arrivare a concludere che, oggi come tre secoli fa, «il romanzo realista moderno non è il racconto dell’esperienza privata: è il racconto pubblico dell’esperienza privata».

L’ultimo e più importante capitolo del saggio («Per una teoria del realismo») si spinge fino al contemporaneo, mettendo in relazione modelli di cognizione del mondo, loro rappresentazione realistica (capace pertanto di portare il lettore all’immedesimazione) e comportamenti morali. Allentando attraverso la mediazione della forma i vincoli della realtà esperita ogni giorno, e modificandone dunque la percezione, «la narrazione aspira a modificare permanentemente la nostra concezione della realtà e, in particolare, la nostra risposta agli stimoli dell’esperienza sociale»: aspira insomma a farci agire come persone diverse, non migliori o peggiori, ma consapevoli di poter prendere parte a una storia comune. 

allegoria78

L'università italiana (ma europea in genere) negli ultimi vent'anni ha assistito a un profondo mutamento della sua identità

L'organizzazione non religiosa più sedentaria e immobile della storia occidentale si modifica:

è naturale pertanto che tutti provino a spingerla in una specifica direzione.

 

Massimiliano Tortora, L'università italiana tra compiti e mission.

 

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