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Ben Ware - Modernism, Ethics and the Political Imagination. Living Wrong Life Rightly

[ Palgrave MacMillan, London 2018 ]

A fronte del titolo, che lascerebbe intendere una ricognizione delle diverse posizioni assunte dagli scrittori modernisti, il libro di Ware dichiara sin dalla prima pagina di non voler fornire «an exhaustive account of modernism’s various “ethical turns”». Anzi, quasi a voler deludere le aspettative del lettore, gli unici autori presi in esame sono James e Beckett: i prodromi e le persistenze del modernismo. Questa scelta, benché funzionale a mostrare come il modernismo sia quella fase di svolta verso cui tende la fine dell’Ottocento e che permea l’intero Novecento, finisce per essere deficitaria: se si parla di modernismo infatti, Woolf, Joyce ed Eliot potrebbero anche essere chiamati in causa e non lasciati nell’ombra senza essere citati nemmeno una volta. Senz’altro ha agito in Ware la consapevolezza che le declinazioni che i modernisti assumono (in qualsiasi campo: narrativo e poetico, etico e morale, gnoseologico ed epistemologico) sono talmente divergenti e molteplici da non essere riconducibili a un’unica e coesa fotografia. Ma questo non significa che non si possa comunque trovare un minimo comun denominatore: in fondo tra i diversi autori di questa stagione culturale si registrano delle intraducibili “somiglianze di famiglia”, secondo quel principio stabilito a suo tempo da Wittgenstein («a “family idea” of Modernism»). E proprio Wittgenstein (alla cui matrice modernista Ware ha dedicato nel 2015 Wittgenstein, the «Tractatus» and Modernism) è uno degli elementi che guida l’intera riflessione.

I modernisti, si sa, rifiutano un insieme di valori trascendenti da rispettare: una morale superiore. Così come recalcitrano di fronte all’idea che sia elaborabile un sistema di comportamento, articolato in specifici dettami, capace di imporsi e di avere valore per tutti. Semmai, non cedendo al «tutto è lecito» di Ivan Karamazov, agiscono seguendo dei principi più profondi, volti a conciliare interesse personale (sia nel senso più nobile che in quello meno edificante) e rispetto dell’altro: credono insomma più nell’etica che nella morale.

In una discussione con Bloch, sapientemente rievocata da Ware, Adorno sottolinea che tutti gli uomini, nel loro profondo, e che lo ammettano o no, sanno che il mondo potrebbe essere diverso («otherwise»). Questa consapevolezza è ancora più marcata nei modernisti, i quali, muovendosi in un’epoca che ha visto sgretolarsi tutte le certezze condivise, sono naturalmente proiettati a leggere l’universo circostante come modificabile, plasmabile, costantemente rivedibile. Anzi, ritiene Ware, l’atteggiamento dell’eroe modernista è quello di «[to] see the everyday otherwise» (ancora Wittgenstein, quello delle Ricerche: «guardare altrimenti»). Più nello specifico l’uomo del modernismo misura sempre un «gap between the “actual” and the “possible” – the “now” and the “not-yet”». E proprio in questo scarto tra l’esistente e il possibile, tra l’ora e il non-ancora, prende corpo quella spinta all’azione che in qualche modo agita, fosse anche solo a livello mentale, l’eroe di raccolte poetiche e romanzi modernisti; un eroe inquieto e costretto a immaginare un assetto diverso del reale.

Questa insopprimibile proiezione verso il futuro è letta in ottica nietzschiana: nessun uomo può procedere senza uno scopo, si sostiene nella Genealogia della morale. Ma soprattutto la stessa tensione verso il domani è curvata su una questione espressa nel titolo e che si vuole imporre al lettore di oggi: guardare il mondo altrimenti apre una prospettiva rivoluzionaria, volta a istituire assetti economici e modelli di comportamento alternativi a quelli tuttora seguiti. Libera insomma l’immaginazione politica.

Questo processo è possibile perché i modernisti – ed ecco un altro insegnamento che si deve riportare all’oggi – sono antidogmatici e si sbarazzano dei principi morali, per sostituirli con un’etica che prevede solo principi: in altre parole, sottolinea Ware, un’etica formale come quella proposta nella Critica della ragion pratica da Kant; il vero antecedente del modernismo occidentale. 

allegoria79

I sommersi e i salvati è stato a lungo considerato il libro-testamento di Primo Levi. Ibrido di saggistica e narrativa, uscito meno di un anno prima del suicidio del suo autore, è un testo molto citato, spesso in relazione a Se questo è un uomo; meno numerosi sono i casi in cui viene studiato autonomamente. È giunto il momento di rilanciare un’interpretazione complessiva di uno dei libri più importanti del secondo Novecento italiano.

 

Teoria e critica

Il libro in questione

Canone contemporaneo

Tremila battute