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Maria Attanasio - La ragazza di Marsiglia

[ Sellerio, Palermo 2018 ]

La lotta politica tra memoria e oblio è uno dei temi portanti della narrativa storica di Maria Attanasio, autrice di assoluto primo piano, purtroppo non adeguatamente riconosciuto, nel panorama letterario contemporaneo. La ragazza di Marsiglia contiene tutte le questioni sostanziali care alla scrittrice: il Gender e il Sud, l’intreccio tra l’idealità politica e la vita sentimentale, la questione dell’unità nazionale, la memoria storica che gronda sangue e cancella gli sconfitti. Per questo, il romanzo dedicato all’unica donna che partecipò come combattente alla spedizione dei Mille, Rosalìe Montmasson (1823-1904), compagna e moglie, poi rinnegata, di Francesco Crispi, è forse il capolavoro della scrittrice: un gioiello che restituisce un affresco di singolare acume sull’Italia unitaria, sulla storia del Risorgimento e sul fallimento degli ideali risorgimentali.

La coraggiosa lavandaia e stiratrice savoiarda, diventata, per influenza del suo uomo, una fedele mazziniana, in virtù delle sue qualità di impavida cospiratrice viene accolta da Garibaldi, unica donna, tra le 1089 camice rosse che partirono da Quarto nel maggio del 1860. Rosalìe si distinse sul campo, e fu pluridecorata eroina della spedizione, come dimostra il suo ritratto al n. 338 dell’album fotografico dedicato ai Mille da Alessandro Pavia, spesso evocato nel romanzo.

Il matrimonio d’amore con Fransùa fu celebrato a Malta, dove Crispi era in esilio, nel 1854. Un ventennio più tardi, l’ormai potente uomo politico, diventato nel frattempo monarchico, si sposò con la mondana altoborghese Lina Barbagallo, senza aver sciolto il precedente matrimonio. Venne perciò accusato di bigamia e, per evitare la rovina politica, intentò un processo, a base di testimonianze false, per dimostrare la nullità di quello con Rose. La narrazione si dipana tra le carte dell’istruttoria, che alla fine assolse Crispi solo perché la donna decise di non difendersi.

Perché la Montmasson non si difese? La domanda percorre il racconto, e la risposta non è ovvia e non è banale. Per amore, ma anche per dignità e rispetto della memoria del proprio vissuto con Francesco, un vissuto intenso, insieme politico e amoroso. Qualsiasi siano state le ragioni di lei, però, gli effetti della sentenza andarono molto al di là della relazione tra i due. Perché, scrive Attanasio: «Se Francesco Crispi fosse stato mandato a giudizio, condannato a lunghi anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, come accadeva in quei mesi ad altri indagati per lo stesso reato, altra sarebbe stata la storia dell’Italia» (pp. 327-328). E in effetti, se Rosalìe, che custodiva gelosamente le proprie carte matrimoniali, avesse agito diversamente, l’ascesa politica di Crispi, il trasformista colpevole di aver tradito, insieme alla moglie patriota, i suoi ideali risorgimentali, si sarebbe arrestata. Non si sarebbe, allora, prodotta, forse, quella «distorsione del concetto risorgimentale di patria e di democrazia» che fece emergere il nazionalismo e preparò il fascismo. La storia d’Italia, insomma, avrebbe potuto essere diversa. Figura eroica e perciò tragica, ma mai interiormente sconfitta, per la ricchezza dei suoi chiaroscuri Rosalia è viva, ne La ragazza di Marsiglia. La sottrazione all’oblio di questa splendida donna «di maschie virtù pubbliche e di gentili virtù domestiche» (p. 348), come recita la lapide sulla sua tomba al cimitero del Verano, è un’operazione insieme storica e letteraria di grande pregio. Non si può non esserne grati alla romanziera, e non soltanto per l’efficacia della narrazione, ma anche per il vasto lavoro di ricognizione che la sostiene, costituendone un prezioso sostrato, leggibile nel paratesto. La riesumazione di Rosalìe è il frutto di una caparbia volontà di ricerca della verità: quella verità di cui si nega spesso l’esistenza, e che, invece, per Maria Attanasio, è la radice più profonda della vita, della storia, e della stessa finzione letteraria.

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Solo la letteratura poteva mettere a nudo il gioco della trasgressione della legge – senza la quale la legge non avrebbe fine – indipendentemente da un ordine da creare. La letteratura non si può assumere il compito di dare ordine alla necessità collettiva. Non le conviene concludere: «quello che ho detto ci impegna al rispetto fondamentale delle leggi della città»; oppure, come fa il cristianesimo: «quello che ho detto (la tragedia del Vangelo) ci impegna nella via del Bene» (cioè, di fatto, della ragione). La letteratura è anche, come la trasgressione della legge morale, un pericolo. 

Essendo inorganica, è irresponsabile. Niente poggia su di essa. Può dire tutto.

Georges Bataille, La letteratura e il male 

 

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