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Lev Nikolaevic Tolstoj, Guerra e pace

[ trad. it. di E. Guercetti, Einaudi, Torino 2018 ]

Nel saggio Il compito del traduttore Walter Benjamin sostiene che nelle traduzioni «la vita dell’originale attinge, in modo sempre rinnovato, il suo ultimo e più comprensivo dispiegamento». Il filosofo tedesco, ponendo al centro della sua riflessione il concetto di trasformazione, afferma più avanti: «Anche la più grande delle traduzioni è destinata a entrare nel processo di crescita della propria lingua, e, nel rinnovarsi di questa, a tramontare». Sono riflessioni decisive, quando si parla di nuove traduzioni di un classico, come nel caso di quella di Guerra e pace (1863-1869) di Lev Tolstoj firmata da Emanuela Guercetti e uscita per Einaudi, che nel 1942 aveva già pubblicato la traduzione di Enrichetta Carafa d’Andria nella versione accuratamente rivista da Leone Ginzburg durante l’esilio a Pizzoli.

Guercetti ha avuto di fronte un compito doppiamente complesso, al cospetto di una grande opera, un’epopea nazionale che incrocia la linea del romanzo familiare per svilupparsi in chiave psicologica, e di più di dieci versioni pubblicate dagli inizi del Novecento fino al 2014. È ben nota la complessità linguistica e stilistica del romanzo. Pensiamo, per esempio, al francese che si alterna al russo con svariate funzioni: il francese certo serviva a Tolstoj per rappresentare l’alta società pietroburghese di inizio Ottocento, ma può avere anche valenze ironiche, e oltre a essere presente in modo esplicito puntella in forma di calco il parlato «artificioso» di alcuni personaggi (proprio così l’autore definisce il modo di esprimersi di Pierre Bezuchov in uno scambio con Anatole Kuragin). Un caso lessicalmente esemplare è quello in cui il diplomatico Bilibin cerca di smorzare l’entusiasmo di Andrej Bolkonskij riguardo le possibili future vittorie dell’esercito russo e afferma: «Io invece penso che sia finita. E così pensano i grossi berretti1, qui, ma non osano dirlo» (p. 197). Guercetti, attenta a ogni sfumatura, non neutralizza bensì lascia anche in italiano il calco dal francese pronunciato dal vacuo personaggio-caricatura, aggiungendo una nota sintetica ed esauriente in un apposito apparato in fondo al libro: «Bilibin traduce letteralmente l’espressione francese gros bonnets, ‘alti papaveri’» (p. 790).

Guerra e pace è un incontro fra parlate diverse e registri diversi, con regionalismi, espressioni popolari, arcaismi utili per descrivere la quotidianità di inizio Ottocento ed espressioni del registro ufficialeburocratico, lessico familiare, linguaggio venatorio, militare, e così via. Non meno complesso è il periodare che, come ha notato il linguista Viktor Vinogradov, talvolta sembra l’imitazione di un monologo improvvisato. La sintassi, specchio della complessità delle situazioni narrate, è fatta di irregolarità e anacoluti, di proposizioni che si accumulano l’una dopo l’altra attraverso costruzioni anaforiche, con conclusioni improvvisamente brevi a completare un macchinoso ragionamento. Guercetti dà prova di grande cura nella scelta di sostantivi e aggettivi; restituisce la pluridiscorsività dell’originale variando tra italiano standard e varietà di registri; trova soluzioni efficaci per quelli che potrebbero sembrare elementi secondari (le interiezioni, per esempio, che hanno invece una funzione emotiva e caratterizzano la semantica del dialogo); è attenta alle connessioni che creano la circolarità e l’unità dell’opera, cosicché non semplifica, non abbellisce, né riduce le ripetizioni quando queste hanno un peso. E ancora ci permette di vedere i vari personaggi con le loro pose, i loro gesti e la loro esteriorità, la più autentica e senza reticenze: e allora la principessina Liza non avrà un “labbruzzo peloso”, né “adornato di baffetti”, ma semplicemente un “labbro con i baffetti”.

Fiducia in Tolstoj e fiducia nel lettore di oggi: questa è la bella lezione che ereditiamo da Guercetti e dalla sua nuova traduzione, nell’insieme moderna senza eccesso di ammodernamenti stranianti, che muove il lettore, accompagnandolo, verso Tolstoj. E che, come e con quella della Duchessa D’Andria e di Ginzburg, certo vivrà a lungo.

allegoria79

I sommersi e i salvati è stato a lungo considerato il libro-testamento di Primo Levi. Ibrido di saggistica e narrativa, uscito meno di un anno prima del suicidio del suo autore, è un testo molto citato, spesso in relazione a Se questo è un uomo; meno numerosi sono i casi in cui viene studiato autonomamente. È giunto il momento di rilanciare un’interpretazione complessiva di uno dei libri più importanti del secondo Novecento italiano.

 

Teoria e critica

Il libro in questione

Canone contemporaneo

Tremila battute