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Federico Bertoni, Letteratura. Teorie, metodi, strumenti

[ Carocci, Roma 2018 ]

Cosa fare della teoria della letteratura dopo che l’aspirazione novecentesca a farne una scienza si è dimostrata fallimentare e i grandi paradigmi del formalismo sono crollati? Questa la domanda cui tenta di rispondere Federico Bertoni con Letteratura, nuovo manuale di teoria che si rivela, sin dal titolo, il secondo tempo del saggio Realismo e letteratura (2007). Anche se non viene dichiarato esplicitamente, il legame è evidente, a partire dall’impostazione del libro: quattro capitoli teorico-storici seguiti da altrettante Letture di testi esemplari che si propongono di mettere alla prova gli argomenti trattati: Underworld – ultimo romanzo analizzato in Realismo e letteratura Madame Bovary, Fuoco Pallido, Il Master di Ballantrae. Ma ad accomunare i due testi è soprattutto un programmatico antidogmatismo che funge al contempo da parametro critico e proposta teorica. Il rifiuto di ogni prospettiva totalizzante e di ogni riduzionismo classificatorio determina l’impostazione non sistematica del libro, che non vuole né ripercorrere storiograficamente tutte le tappe delle teorie letterarie del Novecento, come fa per esempio il recente manuale La scrittura e il mondo (Carocci, 2016), né tanto meno fornire un armamentario preconfezionato di «ferri del mestiere» come ha fatto per anni tanta teoria strutturalista. Bertoni preferisce porsi delle domande e ragionare sui problemi che queste sottendono per parlare di quello che forse diamo troppo spesso per scontato quando studiamo letteratura: cos’è un testo? Che significa critica? Perché la teoria? Qual è il rapporto tra letteratura e mondo?

Affrontare questioni del genere rifiutando a priori di dare risposte forti e univoche è una scommessa significativa che rivela il coraggio paradossale del libro: fare della logica inclusiva che lo sorregge non un escamotage per conciliare posizioni estreme, ma un grimaldello teorico per sbarazzarsi della «brutale logica disgiuntiva» che ha dominato il panorama critico degli ultimi decenni. Quella di Bertoni è, infatti, anche una decisa presa di posizione contro una critica che sempre più oggi oscilla tra iperspecialismo e tuttologia. È evidente d’altronde che non c’è nulla che lo infastidisca quanto il revanscismo del senso comune di certa critica odierna, convinta di poter superare i limiti di formalismo e strutturalismo semplicemente rifiutandoli in toto, e, ancor peggio, di poter invocare la fine della teoria postulando l’errata equazione tra teoria e (peggior) strutturalismo, «sua versione ristretta, dogmatica, poi degenerata a metodo o ricetta» (p. 280). La teoria, al contrario, è «un atto sociale», e per questo è anche «politica»; e non si può fare politica se crollano tutti i ponti tra letteratura e realtà. Di qui, la denuncia tanto di chi si integra entusiasticamente nella logica culturale del tardo capitalismo idolatrandola, quanto, e ancor di più, di chi si illude che sia possibile «anche solo pensare un gesto culturale al di fuori di questa logica» (p. 33), come fa un certo veteroumanesimo che preferisce crogiolarsi in uno sterile arroccamento difensivo. La letteratura, come mostra DeLillo, è «in questo mondo» e addita “il fuori” dall’interno. Analogamente, la critica dovrebbe essere sempre «in situazione», e la teoria, che la rende possibile e legittima, sempre pronta a confrontarsi col presente e a verificarsi nella prassi attraverso metodi e strumenti in grado di rifuggire la chiacchiera. Solo così al bieco senso comune si potrà sostituire il buon senso. Teoria in azione la definisce Bertoni, nella consapevolezza che non è morta la letteratura, ma un certo tipo di letteratura, e che la resistenza della teoria sia uno dei modi per rivendicare la persistente importanza sociale di una disciplina che non può più affermare la propria «primogenitura culturale» sulle altre.

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Solo la letteratura poteva mettere a nudo il gioco della trasgressione della legge – senza la quale la legge non avrebbe fine – indipendentemente da un ordine da creare. La letteratura non si può assumere il compito di dare ordine alla necessità collettiva. Non le conviene concludere: «quello che ho detto ci impegna al rispetto fondamentale delle leggi della città»; oppure, come fa il cristianesimo: «quello che ho detto (la tragedia del Vangelo) ci impegna nella via del Bene» (cioè, di fatto, della ragione). La letteratura è anche, come la trasgressione della legge morale, un pericolo. 

Essendo inorganica, è irresponsabile. Niente poggia su di essa. Può dire tutto.

Georges Bataille, La letteratura e il male 

 

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