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François Jost, La méchanceté en actes à l’ère numérique

[ CNRS Éditions, Paris 2018 ]

Nel primo episodio della terza stagione di Black Mirror – l’ormai celebre serie televisiva britannica, ambientata in un futuro tanto prossimo quanto preoccupantemente distopico –, la giovane Lacie Pound vive in un contesto in cui per avanzare nella scala sociale è necessario, se non addirittura indispensabile, ottenere giudizi positivi da parte delle persone con le quali si interagisce quotidianamente, a casa o sul lavoro. Contrariamente a quanto già accade in alcuni social, oltre che su diversi tipi di piattaforme come Uber o TripAdvisor, nel mondo di Lacie i voti dati e ricevuti traducono numericamente la qualità di prestazioni che non si limitano a considerare fattori puramente “professionali”, ma tendono a prendere in considerazione qualsiasi tipo di scambio, finendo con l’attribuire un punteggio anche all’abilità dimostrata da ciascuno nella gestione di relazioni amicali, famigliari e affettive in senso lato. A ben guardare, quella che appare come una deriva non è altro che la trasfigurazione iperbolica di un fenomeno profondamente attuale: basti pensare a come funzionano alcuni siti di incontri o alle modalità attraverso cui si articolano i giudizi attribuiti da professionisti – veri e presunti – e concorrenti rivali in tanti reality-show di successo.

Lungi dal privilegiare l’approccio sincronico e il metodo dell’analisi a campione – che pure si applica nel caso dell’esempio citato sopra –, nel suo ultimo libro François Jost propone di approfondire i cambiamenti in atto nel nostro modo di concepire la cosiddetta “rete dei rapporti reciproci” – intesa, questa, nella sua duplice accezione di categoria sociologica ed estetico-interpretativa – attraverso un’indagine volta, da un lato, a mettere in evidenza i pericoli di un certo agire contemporaneo, dall’altro, a ipotizzarne la genesi, dunque almeno alcune delle ragioni che paiono averlo determinato. Per Jost, tentare una “fenomenologia della cattiveria” nell’era di internet e della digitalizzazione delle esistenze non significa solo cogliere il pretesto per denunciare ogni negoziazione potenzialmente ricattatoria in materia di sentimenti ed emozioni (siano esse ostentate o negate), ma anche e soprattutto interrogarsi su come, nella sfera pubblica, le dinamiche prese in esame possano assumere proporzioni di impatto considerevole a livello gestionale, politico e amministrativo. A questo proposito: è praticamente impossibile non riconoscere in La méchanceté en actes una denuncia di pratiche rispetto alle quali la fantascienza ci aveva messi in guardia da tempo. Ciò detto, se il saggio convince è, più che per il suo penchant engagé, per la pertinenza delle ricerche che vi si affrontano – come in tutti gli altri contributi dell’autore, ampiamente documentate, avvalorate dal ricorso a supporti diversi, oltre che veicolate e condivise in maniera tale da non rivolgersi esclusivamente a un pubblico di “addetti ai lavori”. In tal senso, infatti, all’ultima fatica di Jost – prolifico, ma sempre originale nella forma come nei contenuti – va riconosciuto il merito di saper decostruire – nell’epoca di Trump e dell’affirmative action, dell’ossessione per la privacy e della dipendenza collettiva dai telefoni cellulari geolocalizzati – sia una serie di luoghi comuni sul “politicamente corretto” e i dispositivi retorici che dovrebbero governarne il senso, sia sul significato della nozione di “empatia”, troppo spesso travisata, e in particolar modo in ambito mediatico. Se in altre circostanze Jost aveva affrontato questioni analoghe in un’ottica prevalentemente comparatistica e transnazionale, qui il suo sguardo è rivolto sovente o quantomeno “ciclicamente” alla situazione francese: sarebbe interessante scoprire se questo dipenda, se non altro parzialmente, dall’esito della campagna elettorale che, nel 2017, ha visto fronteggiarsi al secondo turno Emmanuel Macron e Marine Le Pen e che, sin dall’inizio, si era giocata tutta all’insegna di una distruzione marcatamente violenta, inedita e reciproca dell’immagine pubblica dei candidati.

allegoria80

Solo la letteratura poteva mettere a nudo il gioco della trasgressione della legge – senza la quale la legge non avrebbe fine – indipendentemente da un ordine da creare. La letteratura non si può assumere il compito di dare ordine alla necessità collettiva. Non le conviene concludere: «quello che ho detto ci impegna al rispetto fondamentale delle leggi della città»; oppure, come fa il cristianesimo: «quello che ho detto (la tragedia del Vangelo) ci impegna nella via del Bene» (cioè, di fatto, della ragione). La letteratura è anche, come la trasgressione della legge morale, un pericolo. 

Essendo inorganica, è irresponsabile. Niente poggia su di essa. Può dire tutto.

Georges Bataille, La letteratura e il male 

 

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