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Simone Turco - L’archetipo come «idea astratta»: Leopardi, Jung, la metafisica e l’immanenza

Scopo dell’articolo è analizzare la definizione che Leopardi dà degli archetipi come peculiare glossa delle idee metafisiche platoniche. Contrariamente ai principi idealistici prevalenti nel primo Ottocento, però, egli non ritiene tali idee “innate” (il che le renderebbe “metafisiche” nel senso classico, fatto che non potrebbe accettare), bensì “astratte”. Benché distante dalle conclusioni cui giunge Kant in tale frangente, egli condivide con il pensatore tedesco la nozione che le idee archetipiche risiedano in un ambito impenetrabile che per Kant è l’orizzonte noumenico, mentre per Leopardi è quello puramente psicologico. Pertanto, la sua definizione di archetipo come idea astratta è unica nel suo genere nel tempo in cui si forma, e si avvicina alla moderna concezione delle idee innate come aventi origine da una fonte psichica e immanente che ricopre lo stesso ruolo ed esercita la stessa forza dell’ambito metafisico della tradizione classica e idealista. Assomiglia all’orizzonte interpretativo verso cui tenderà Jung in maniera del tutto indipendente decenni dopo. Nonostante la distanza temporale e culturale che li separa, Leopardi e Jung possono essere studiati in parallelo quanto alle nozioni di archetipo e di psiche collettiva, mettendo così in luce comparatisticamente influenze comuni e inaspettate somiglianze, anche grazie alle analisi orientate in senso mistico di Elémire Zolla.

The paper aims at analyzing Leopardi’s definition of the archetypes as a peculiar gloss of Platonic metaphysical ideas. Contrary to the dominant Idealist tenets of the early nineteenth century, however, he does not view such ideas as “innate” (something that would make them “metaphysical” in the Classical sense, which he could not accept), but as ‘”abstract”. Though distant from Kant’s conclusions in this regard, he shares with the German thinker the notion that archetypal ideas lie in a nearly impenetrable realm that, for Kant, is the noumenic horizon, and, for Leopardi, is the purely psychological one. Therefore, his definition of archetype as abstract idea is unique in his time and is closer to the modern conception of innate ideas as springing from a psychical, immanent source having the same role and force as the metaphysical realm of Classical and Idealist tradition. It resembles the interpretative horizon to which Jung would have tended independently decades later. Despite their temporal and cultural distance, Leopardi and Jung can be studied in parallel with regard to the concepts of archetype and collective psyche, thus highlighting common influxes and unexpected similarities in a comparative perspective, also by use of Elémire Zolla’s mysticallyoriented analyses.

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Se l’uomo è l’aristotelico animale sociale, dovremmo aggiungere che è un animale che traduce. Fa sottotitoli a un film perché chi non conosce la lingua che vi si parla possa ascoltarla e capirla. Vende un frigorifero accompagnato da istruzioni in dieci lingue perché chi lo compra possa usarlo bene. Mette accanto a chi fa un viaggio ufficiale all’estero chi possa mediare fra due lingue e fra due mondi. Mette accanto a una poesia un’altra poesia: nella lingua in cui è stata scritta la prima volta, e in quella in cui viene riscritta, costruendo un ponte fragile ma indispensabile. 

(Pietro Cataldi) 

 

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