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Terry Pinkard, Hegel. Il filosofo della ragione dialettica e della storia

[trad. it. di S. Della Bella, Hoepli, Milano 2018]

A partire dagli anni ’70 la critica che non ha voluto rinunciare al paradigma marxista lo ha in genere sottoposto a revisioni a base di psicanalisi, antropologia, sociologia o persino teologia; un’altra costellazione, che va da Kosellek a Moretti passando per il Berman di Tutto ciò che solido si dissolve nell’aria, ha invece tentato la strada di un ampliamento prospettico: anziché affinare il pensiero di Marx è risalita più indietro, all’epoca che precede la polarizzazione tra opzione comunista e capitalista e pone, di fatto, le fondamenta della modernità. Un reculer pour mieux sauter che, per quanto meno organico e riconoscibile del marxismo rivisitato di Foucault, Bourdieu, Jameson o Žižek, ha aperto prospettive almeno altrettanto feconde. Pubblicato nel 2000, Hegel: A Biography è un classico di questa tradizione: Pinkard, autorevole interprete e traduttore americano della Fenomenologia dello Spirito, vi ricostruisce uno squarcio ampissimo dell’orizzonte storico, ideologico e filosofico di quella Sattelzeit (‘epoca sella’) con la quale la vita di Hegel (1770-1831) in larga misura coincide. A ogni tappa della sua traiettoria il filosofo vi appare incalzato da un terremoto storico: seminarista a Tubinga, celebra con Schelling e Hölderlin la «splendida aurora» della rivoluzione francese; precettore a Berna e a Francoforte mentre infuriano le guerre napoleoniche (1795-1800) abbozza costituzioni democratiche a spregio dei suoi aristocratici datori di lavoro; libero docente a Jena (1801-07) scrive l’ultima pagina della Fenomenologia nei giorni in cui il Sacro romano impero viene cancellato dalla carta d’Europa; direttore di giornale a Bamberga e poi preside del ginnasio a Norimberga (1807-16) si batte per modernizzare le istituzioni dei vecchi stati feudali tedeschi passati sotto il controllo francese; professore di filosofia a Heidelberg (1816-18) e finalmente a Berlino (181831) difende in una Prussia sempre più paralizzata dalla Restaurazione metternichiana l’autonomia dell’università “critica” voluta da Humboldt. Di fronte a questi continui mutamenti di scena Hegel rifiuta le alternative di un radicalismo rivoluzionario che considera autodissolutorio (anche se per tutta la vita brinderà coi suoi studenti alla presa della Bastiglia), dell’idealizzazione regressiva di una comunità organica mai esistita (la Chiesa di Schlegel, la Nazione di Fichte, la Razza di J.F. Fries), e ancor più del nichilismo (stigmatizzato da Jacobi come esito inevitabile dell’idealismo kantiano): invece di rinnegare la modernità o lasciarsene travolgere, elabora strumenti per governarla. Pagina dopo pagina – sono 850, ma si vorrebbe non finissero – Pinkard mostra il plasmarsi di un pensiero che, per la prima volta, è integralmente storico. Dichiarata illusoria la ricerca di un’essenza su cui fondare l’esistenza moderna, Hegel vi pone a fondamento la storia stessa: il mondo moderno non può che autofondarsi, a partire – kantianamente – dall’individuo considerato come libera e irriducibile autocoscienza, che tuttavia – e qui si va oltre Kant – non può non prendere parte al gioco dialettico del riconoscimento reciproco tra autocoscienze da cui ha origine la comunità. L’individuo, dunque, non è mai contrapposto allo Stato (che è sempre res publica), ma ne è parte costitutiva e attiva, e il compito della filosofia diventa quello di ricostruire i passaggi dialettici attraverso cui ciascuna comunità – e quindi l’intera comunità umana – si è sviluppata, ed elaborare i concetti più adeguati a orientarne lo sviluppo futuro. Su queste basi Hegel ripensa la logica, il diritto, la religione e l’arte, assegnando loro una funzione nuova e dinamica nella Bildung del cittadino moderno. Nel ripercorrere la costruzione di questo immenso edificio, che non è solo filosofico, Pinkard ci permette di riconoscere, nel loro primo formarsi, le istituzioni che ci hanno formato (la famiglia, la chiesa, le corporazioni, la scuola, lo Stato, l’università e la ricerca) e di ritrovare le ragioni e i principi per formarle a nostra volta.

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Se l’uomo è l’aristotelico animale sociale, dovremmo aggiungere che è un animale che traduce. Fa sottotitoli a un film perché chi non conosce la lingua che vi si parla possa ascoltarla e capirla. Vende un frigorifero accompagnato da istruzioni in dieci lingue perché chi lo compra possa usarlo bene. Mette accanto a chi fa un viaggio ufficiale all’estero chi possa mediare fra due lingue e fra due mondi. Mette accanto a una poesia un’altra poesia: nella lingua in cui è stata scritta la prima volta, e in quella in cui viene riscritta, costruendo un ponte fragile ma indispensabile. 

(Pietro Cataldi) 

 

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