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Anna Ferrando, Cacciatori di libri. Gli agenti letterari durante il fascismo

[Franco Angeli, Milano 2019]

Chi pensi che un film sull’Agenzia Letteraria Internazionale sia un’idea strampalata, non ha ancora letto la monografia di Anna Ferrando, Cacciatori di libri. È un saggio tanto informativo e insieme così avvincente, che non mancherebbero i presupposti per un adattamento della storia di Augusto e Luciano Foà dedicato al pubblico meno specializzato. Sviluppo di una tesi di dottorato, il volume ripercorre la storia dell’ALI prima che questa venisse affidata a Erich Linder nel 1951, integrando gli studi sull’agenzia con una robusta ricerca d’archivio che informa sui suoi albori e sulle modalità del lavoro tra gli anni Dieci e Quaranta. Se gli studi condotti finora s’incentravano intorno alla figura di Linder, è in parte perché i documenti relativi al periodo precedente sono lacunari e dispersi; tanto maggiore è il merito di Ferrando, che ricostruisce i primi decenni di attività incastrando le numerose fonti come tessere di un puzzle.

Le biografie di Augusto Foà, fondatore dell’ALI, e del figlio Luciano servono da filo conduttore alla narrazione. La storia comincia intorno al 1898, quando Augusto intravede una nuova possibilità professionale per l’editoria italiana nell’esempio dei syndacates inglesi – prototipi delle agenzie che distribuiscono articoli e feuilleton a giornali e riviste. Ai suoi inizi, la «startup» di Foà procura romanzi d’appendice stranieri – tra cui lo Sherlock Homes di Conan Doyle – ai quotidiani italiani; oltre a mediare l’acquisto dei diritti, lo stesso Foà traduce i testi, soprattutto dall’inglese e dal francese. È un’attività non sempre redditizia, finanziata in parte dalla carriera parallela che Augusto si costruisce nel più remunerativo settore della telefonia. Malgrado le difficoltà saltuarie dell’ALI, Ferrando ci restituisce la storia di un’ascesa. Seguiamo un Augusto ambizioso, in anticipo sui tempi e sempre in grado di rinnovare il proprio mestiere: dai feuilleton passa ai romanzi, dai giornali alle case editrici; col crescere della mole di lavoro, delega le traduzioni ad altri per specializzarsi nel ruolo di sub e coagente; poi, negli anni dell’«autarchia culturale», si dà all’esportazione del libro italiano all’estero, rappresentando «dissenzienti» come Luigi Salvatorelli e Augusto de Angelis. Luciano non è da meno, spinto più del padre dall’«interesse politico» del lavoro culturale e capace di vivere persino l’esilio svizzero tra il ‘43 e il ‘45 «in maniera intellettualmente attiva […], nella speranza di poter tornare presto in Italia e partecipare, sul piano culturale, alla ricostruzione democratica del proprio Paese».

Sono poco convincenti i passaggi in cui l’autrice attribuisce ad Augusto il dono di presentire la «qualità» dei suoi autori o il loro «inevitabile trionfo in Italia», come nel caso di Simenon. Efficace, invece, è l’individuazione dei «terreni d’intesa» coi collaboratori, che chiariscono quali interessi hanno guidato diverse iniziative culturali del primo Novecento. Così, l’ALI condivide con Mondadori e Bompiani l’interesse per i romanzi stranieri contemporanei, che si manifesta nel «translation boom» degli anni Trenta, quando arrivano in Italia, tra gli altri, i britannici Huxley e Aldington, cui l’autrice dedica due analisi mirate; Alessandra Scalero, traduttrice che funge anche da scout per l’agenzia, ha in comune con Augusto gli stessi «intenti etici oltre che letterari» quando propone di tradurre titoli proibiti in Germania di autori «egregi e già noti», come l’Alexander di Klaus Mann; insieme a Bobi Bazlen e Adriano Olivetti, Luciano – che è incline come loro a un certo “antiidealismo” «in aperta polemica con la cultura dominante italiana» – contribuisce al catalogo delle Nuove Edizioni Ivrea mediando titoli di Rilke, Hofmannsthal e Paul Claudel. All’autrice, insomma, preme districare la fitta rete di relazioni più o meno informali intorno all’ALI, e riesce nell’impresa d’illustrarne i continui mutamenti in modo chiaro e persuasivo, mostrando come la storia di un’impresa commerciale sia indissolubile dalle sue significative «ricadute culturali». 

allegoria81

Se l’uomo è l’aristotelico animale sociale, dovremmo aggiungere che è un animale che traduce. Fa sottotitoli a un film perché chi non conosce la lingua che vi si parla possa ascoltarla e capirla. Vende un frigorifero accompagnato da istruzioni in dieci lingue perché chi lo compra possa usarlo bene. Mette accanto a chi fa un viaggio ufficiale all’estero chi possa mediare fra due lingue e fra due mondi. Mette accanto a una poesia un’altra poesia: nella lingua in cui è stata scritta la prima volta, e in quella in cui viene riscritta, costruendo un ponte fragile ma indispensabile. 

(Pietro Cataldi) 

 

Il libro in questione

Teoria e critica

Il Presente

Tremila battute