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Stefano Bragato, Futurismo in nota. Studio sui taccuini di Marinetti

[Cesati, Firenze 2018]

Di schiaffi e pugni Filippo Tommaso Marinetti ha sempre fatto mostra di intendersene. L’analisi filologica svolta sulle carte dell’ideatore del Futurismo potrebbe sembrare uno schiaffo postumo dei tanto esecrati accademici a un poeta votato al vitalismo, all’effimero e alla performance. Se soprattutto negli ultimi decenni gli studi sul Futurismo hanno evidenziato la rilevanza internazionale della prima avanguardia del Novecento, merito del saggio di Stefano Bragato, Futurismo in nota. Studio sui taccuini di Marinetti, è l’aver provato come il vaglio delle fonti e delle diverse stratificazioni dei testi di Marinetti possa illuminare dall’interno la sua opera, e darci risposte non solo sulla composizione di poemi paroliberi e più tardi testi narrativi, ma anche sulla sua postura intellettuale e sulla sua troppo spesso fraintesa intelligenza di public intellectual.

Nei taccuini che Bragato ha analizzato, conservati alla Beinecke Library di Yale University e al Getty Research Institute di Los Angeles, si può osservare come per Marinetti, «l’eventuale divisione che vede da un parte opere edite e immagine pubblica e dall’altra taccuini e vita privata, insomma, sembra non reggere» (p. 287). Una conclusione non scontata, che ci apre ad uno dei laboratori di più radicale sperimentazione letteraria proprio da un punto di vista vicino alle teorie futuriste. Se dopo il simbolismo l’arte modernista predilige l’auscultazione dell’io, nei taccuini di Marinetti scopriamo come proprio la soppressione del feticcio forse più ingombrante del Romanticismo – il soggetto che è sempre altro, non coincidente con la sfera pubblica –, sia invece parte integrante della poiesis del futurista Marinetti. I taccuini esaminati da Bragato non contengono infatti nessuna confessione, nessun Marinetti privato, ma cataloghi di descrizioni, prove generali di mimesis del reale, o della sua deformazione metaforica e onomatopeica.

Torna come un ritornello nello studio di Bragato il rilievo di come nell’autografo l’ennesima nota appaia «sbarrata con il solito tratto verticale con cui Marinetti indicava passi riutilizzati successivamente» (p. 248). Tale passaggio, quasi a conclusione del volume, ne raccorda i principali risultati: più che diari, i taccuini costituiscono repertori di motivi, azioni, ricordi da trasfigurare sulla pagina; esperienze disparate da fondere insieme nella poesia, nei romanzi o negli articoli giornalistici degli anni Venti. Siano essi rendiconti lirici dai fronti di guerra o epopee per il pubblico della «Gazzetta dello Sport» è da notare come quel tratto sopra i materiali raccolti e già utilizzati — verrebbe da dire già reificati in mitologia personale — racconti dell’attenzione di Marinetti per il proprio uditorio. Non può permettersi il poeta il peccato mortale del ripetersi, che nella costruzione pubblica del proprio personaggio sarebbe fatale. Futurismo in nota comincia con un’analisi circostanziata delle precedenti pubblicazioni dei taccuini, che l’autore dimostra lacunose. Nell’urgenza di una nuova edizione filologicamente rispettosa degli originali, Bragato non nasconde tutto l’interesse per una riedizione che faccia giustizia della qualità materiale e visiva dei taccuini, dove spesso disegni di Marinetti dialogano con le sue notazioni, e costituiscono in nuce possibili poemi paroliberi. I successivi tre capitoli, tra qualche ripetizione, affrontano specifiche porzioni dei taccuini, in cui l’autore annota le prime esperienze di guerra, gli ultimi mesi del conflitto che serviranno da materiali per il romanzo L’alcòva d’acciaio (1921), ed infine, aprendo all’eco globale del futurismo, il suo viaggio in Sud America nei tardi anni Venti, quando il movimento è rientrato nei ranghi del fascismo. Lo studio dei taccuini mette in luce l’aspetto formale della costruzione letteraria del Marinetti personaggio, nel momento della sua piena integrazione nel regime: «L’onnipresenza di questa tecnica di montaggio […] rivela anche come in Marinetti la spontaneità sia una sensazione costruita, una “sprezzatura” frutto di lavoro precedente» (p. 285). 

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Se l’uomo è l’aristotelico animale sociale, dovremmo aggiungere che è un animale che traduce. Fa sottotitoli a un film perché chi non conosce la lingua che vi si parla possa ascoltarla e capirla. Vende un frigorifero accompagnato da istruzioni in dieci lingue perché chi lo compra possa usarlo bene. Mette accanto a chi fa un viaggio ufficiale all’estero chi possa mediare fra due lingue e fra due mondi. Mette accanto a una poesia un’altra poesia: nella lingua in cui è stata scritta la prima volta, e in quella in cui viene riscritta, costruendo un ponte fragile ma indispensabile. 

(Pietro Cataldi) 

 

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