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Alberto Prunetti, 108 metri. The new working class hero

[ Laterza, Roma-Bari 2018 ]

C’è un nuovo impegno della letteratura sul lavoro. Gli editor hanno richiamato la discussione degli anni Cinquanta-Sessanta su letteratura e industria, che mobilitò nomi famosi, Vittorini, Ottieri, Volponi, Bianciardi. Due epoche diverse: quest’ultima rimanda alla ricostruzione postbellica e al boom economico; quella attuale alla crisi, alla disoccupazione, al dilagare del precariato e alla migrazione. Prunetti dà uno dei contributi migliori. Prende a prestito l’espressione di Lennon, «the new working class hero» per raccontare un’odissea del lavoro precario. Nel racconto autobiografico non fa mistero dell’origine: è di Piombino, “iron town”, stazione di partenza e di arrivo dell’odissea, è cresciuto in una famiglia operaia, prima di emigrare in Inghilterra a lavorare come “cleaner”, “pizza chef” e “kitchen assistant”: “pulitore di cessi”, “pizzarolo” e “addetto alla cucina”. Aveva pubblicato due libri sulla condizione operaia, Potassa (2003) e Amianto (2012), in cui ha individuato nel personaggio del padre, Renato, non solo il padre autobiografico, ma una sintesi di tutti i padri operai conosciuti. Il rapporto con il padre è pretesto per raccontare la storia di una classe operaia estinta, che custodiva il mestiere (ha forgiato nell’altoforno di Piombino i binari da 108 metri, «le migliori rotaie d’Europa») e una legge morale che poteva cambiare il mondo. Si stabilisce un legame forte, affettivo e storico con la “new working class”, che si sbatte per il mondo e cerca di ricavare una dignità anche dal pulire i cessi (è esilarante la scena in cui all’io narrante viene insegnato lo “spillage”, cioè l’arte sofisticata quanto puzzolente di disgorgare i cessi). L’io narrante è figlio di Renato, operaio specializzato, che quando dopo la laurea decide di partire per Bristol per lavoro, gli mette in valigia i ferri del mestiere, il pappagallo idraulico e la raspa, che appesantiscono inutilmente il borsone all’aeroporto di Pisa. Non gli servono, ma ha studiato e ciò gli permetterà di dare un senso alle esperienze e trovare conferma che la legge morale del padre è universale, vale anche in Inghilterra. Il padre glielo ha insegnato in uno scontro-incontro memorabile, quando respinge, prendendolo per il colletto, l’idea che per risparmiare sul costo degli studi il figlio vuole andare all’accademia militare di Livorno. Sono le regole della solidarietà di classe contro i “quadrinai”. La storia della migrazione è compresa tra tale insegnamento operaio e il ritorno a casa, dove alla stazione di Follonica il protagonista si trova a piangere con l’operaio amico del babbo lo spegnimento dell’altoforno come la morte di una persona cara. La parabola narrativa si chiude su una certezza: «quando mi troverò nel fango, triste come un altoforno spento, […] saprò che mai camminerò da solo».

La descrizione del formarsi di una nuova coscienza di classe e dell’esistenza di «un’Entità» pervasiva, un idolo persecutorio, è ricavato da stilemi classici, in cui il capitalismo è un Moloch antropofago (ricordiamo Allen Ginsberg o Fritz Lang) o il mostro dalla testa di polipo dello scrittore horror Lovecraft. È interessante la lingua che gioca soprattutto con la mescolanza con l’inglese. C’è una marca linguistica, che rimanda a Bianciardi, dove come pizzarolo l’autore cita “il Premiato Mulino Molinari Enrico”: il modo di Bianciardi di tradurre ironicamente Henry Miller. La riuscita migliore è la lezione bianciardiana, che Prunetti ricava stabilendo costantemente una distanza ironica dalla materia trattata e lo mette una spanna sopra gli autori che oggi scrivono del lavoro. Nella drammaticità degli eventi si trova sempre il modo di ridere a denti stretti. Bianciardiano è pure il genere letterario, che si presenta allegoricamente “ibrido”: un romanzo autobiografico che è la satira durissima del mondo contemporaneo e della sua alienazione. Si può ascrivere Prunetti alla serie anarchicheggiante degli “scrittori della costa” tirrenica: Roccatagliata Ceccardi, Pea, Viani e Bianciardi (Luperini, 2015). 

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Se l’uomo è l’aristotelico animale sociale, dovremmo aggiungere che è un animale che traduce. Fa sottotitoli a un film perché chi non conosce la lingua che vi si parla possa ascoltarla e capirla. Vende un frigorifero accompagnato da istruzioni in dieci lingue perché chi lo compra possa usarlo bene. Mette accanto a chi fa un viaggio ufficiale all’estero chi possa mediare fra due lingue e fra due mondi. Mette accanto a una poesia un’altra poesia: nella lingua in cui è stata scritta la prima volta, e in quella in cui viene riscritta, costruendo un ponte fragile ma indispensabile. 

(Pietro Cataldi) 

 

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Teoria e critica

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