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Francesco Pecoraro, Lo stradone

[ Ponte alle Grazie, Milano 2019 ]

È stato La vita in tempo di pace, uscito nel 2013, e salutato da molti con adesione, a mettere Pecoraro al centro della scena della narrativa italiana di oggi; ma credo che Lo stradone sia il suo libro più bello e, senz’altro, uno dei migliori degli ultimi anni. Lo stradone ha più libertà che La vita in tempo di pace: perché non si dà una griglia strutturale così rigida (che era, là, l’alternarsi fra il progredire temporale della cornice e il regredire della storia); perché, pur riflettendo sulla storia italiana più o meno recente, non si pone il compito didattico di illustrarne un’intera epoca, rischiando le anchilosi del romanzo a tesi; perché non vuol essere il grande romanzo italiano; perché, ancora più radicalmente, non è neppure un romanzo. In tempi di storytelling coatto, è una scelta coraggiosa, anche se non isolata – eppure, come dirò, originale. Cos’è infatti Lo stradone? È il lungo discorso di un pensionato che non si nomina, laureato in storia dell’arte con velleità di saggista mai realizzate, impiegato e poi dirigente ministeriale, corrotto e condannato per corruzione ai tempi di Tangentopoli, quindi reintegrato in una posizione in cui non potesse far danno, senza grandi vicende sue da raccontare, e nell’atteggiamento di chi osserva la vita del suo quartiere (e della sua città, e del suo paese) e ci riflette – un po’ come i vecchi che stanno davanti ai lavori in corso a scrutare gli operai che scavano buche e maneggiano tubature. Siamo nella Città di Dio, che dalla Vita in tempo di pace sappiamo essere Roma, e lo stradone (lo conferma l’apparato bibliografico della nota finale) è la via Aurelia: la Sacca è dunque Valle Aurelia, e la vita si concentra intorno al bar Porcacci, che il locutore (narratore sarebbe qualifica impropria) frequenta senza dare troppa confidenza a nessuno, visto che non ha troppa confidenza con la vita. Alcune storie vengono fuori, ma per spezzoni: soprattutto quella degli operai che lavoravano presso le fornaci entrate in attività già nel Cinquecento e dismesse nel secondo dopoguerra e quella, leggendaria, di una visita di Lenin a quegli operai, nel 1908; ma anche quella, laterale, dell’ascesa e del declino del protagonista, e di una vicenda d’amore con una compagna di lavoro, Carla, finita miseramente con la sua caduta in disgrazia. Il protagonista, che cerca nelle forme del quartiere i segni di un’idea di società, e nell’urbanistica il volto materiale della storia, non è pentito di essersi fatto corrompere: si gode anzi la sua pensione, si sente un uomo del Novecento, apprezza solo gli operai (ma, per un miracolo insieme narrativo e ideologico, senza populismo), è insieme estraneo al suo tempo e integrato in esso. I soli luoghi di una possibile, ironica sopravvivenza sono ormai i centri commerciali – almeno per lui e quelli della sua generazione di garantiti in estinzione e in ridicola lotta contro la vecchiaia, ai giovani spettando un futuro del quale non gli importa troppo, e al quale si sente estraneo. La riuscita di questo personaggio, a tratti disincantato sino al cinismo, ma incapace di rinunciare sino in fondo all’utopia, persino quando dipinge malevolo l’ottusità ideologica di Lenin, sta proprio nel suo essere contraddittorio, sgradevole, impresentabile. C’è un’autentica profondità di sguardo nello Stradone, e soprattutto una capacità di ripensare il Novecento senza i luoghi comuni interessati e volgarmente ideologici che vorrebbero liquidarlo come un’età sepolta o un secolo di storture ed errori; e c’è una capacità stupefacente di dire cose vere senza impancarsi a maestri, senza vestire i nobili panni della malinconia, senza soffocare il lettore con quel moralismo da cui troppi scrittori italiani appaiono tentati. In un certo senso, Lo stradone è un grande saggio, se restituiamo a questo genere quella vocazione che gli aveva dato Montaigne a mescolare riflessione, indagine storica, racconto, messa in scena di un io. Viene dunque da apparentarlo a tutta una zona di scritture contemporanee che si sottraggono al dominio del romanzo, e che ci ha dato, in Italia, libri come la maggior parte di quelli di Trevi, o La scuola cattolica di Albinati, o Il grido di Moresco (ma se vogliamo tenerci larghi, possiamo aggiungere anche il Saviano di Gomorra e del pur brutto Zero-Zero-Zero, o il Franchini dell’Abusivo e di Cronaca della fine). Sono libri che va di moda qualificare come ibridi (come se l’ibridazione non fosse la natura stessa della letteratura, eccettuate le poche isole del rigorismo classicista) e che sarebbe meglio pensare come scritture che devono la loro struttura alla presa di parola di un io determinato (per questo ho parlato, altrove, di egofonie), che indagano su alcune precarie verità, e che concedono al racconto, seppure in modi molto variabili, un ruolo subordinato rispetto all’argomentazione. Ora, il coraggio e la novità di Pecoraro non stanno solo nella decisione con cui alla narrazione viene attribuito uno spazio ridotto e, soprattutto, un peso inferiore rispetto al procedere discorsivo; non solo nella fluidità del ragionamento, che non dà ai capitoli una successione prevedibilmente lineare; ma soprattutto nella voce che parla. Se infatti in tutti i libri che citavo prima l’io locutore è l’autore stesso, che recupera appunto quella qualità autobiografica preroussoviana che troviamo in Montaigne, nello Stradone parla un ente di finzione. Del romanzo è rimasto questo: inventarsi un personaggio che non è l’autore, che non esiste, ma che dice qualcosa di vero. Questa sorta di saggismo finzionale garantisce a chi scrive la libertà di pronunciare cose sconvenienti, e che a proprio nome uno si farebbe scrupolo di firmare; ma, al tempo stesso, non è una rinuncia alla responsabilità della scrittura: al contrario, è un modo per spingere la riflessione là dove l’io dell’autore non potrebbe arrivare, o dove al contrario arriverebbe dandosi un’aria sapienziale molto difficilmente sostenibile. La finzione del personaggio locutore non è la rete dell’irresponsabilità (“non sono io, l’autore, a parlare: è lui”), ma la spinta data al pensiero perché prenda il volo, e arrivi dove gli pare. Il protagonista dello Stradone è in questo senso un personaggio di pensiero, una creatura delle sue raziocinazioni; ma è pure un individuo che ha una storia, un corpo, molti difetti, rare virtù, che parla da un luogo e da un tempo determinati e che per questo ci fa capire che ogni discorso è situato, e trova in questa sua esibita parzialità quel po’ di vero cui si può legittimamente pretendere. Per molti aspetti, torna qui, incupita, la visione del mondo della Vita in tempo di pace: Ivo Brandani aveva almeno un’etica del lavoro; questo protagonista no, è uno che osserva, anche se, nell’amarezza e nell’ira, conserva uno spazio residuo di vitalità – sia pure nei confini invalicabili di un Occidente minacciato dal fondamentalismo islamista e aggrappato al dubbio paradiso delle merci. Ma questa diagnosi, che per altro è condivisa da tanti scrittori di oggi, da Siti a Houellebecq, deve la sua efficacia proprio alla voce così compromessa di chi la enuncia: non il narratore extralocale o i suoi vicari della Vita in tempo di pace, ma l’anonimo locutore che conosce le cose perché sta nel loro fango, e ne è segnato. Questo orgoglio di internità a un presente nel quale, pure, non ci si riconosce, questo compiacimento astioso della contraddizione, questa sensazione insomma di essere ostaggi del proprio tempo è, mi pare, la sola postura che renda credibile un discorso sull’oggi; ed è anche, forse, uno dei modi più intelligenti di ripensare alla lezione di Pasolini. Lo stile stesso si fa testimone di questa attitudine idiosincratica: meglio ancora di quanto accadesse nella Vita in tempo di pace, Pecoraro rifà un suo Gadda come scrittore dell’indignatio, con le sue invettive, le sue grottesche e i suoi elenchi furibondi, e della pluralità tonale (non solo, banalmente, linguistica). Le brevi, inattese conversazioni romanesche registrate al bar bucano la pagina come referti di realtà e gag memorabili: come mimesi e come invenzione. La piena maturità di Pecoraro coincide, per la fortuna sua e di noi che lo leggiamo, con un vero esercizio di libertà e di invenzione. 

allegoria81

Se l’uomo è l’aristotelico animale sociale, dovremmo aggiungere che è un animale che traduce. Fa sottotitoli a un film perché chi non conosce la lingua che vi si parla possa ascoltarla e capirla. Vende un frigorifero accompagnato da istruzioni in dieci lingue perché chi lo compra possa usarlo bene. Mette accanto a chi fa un viaggio ufficiale all’estero chi possa mediare fra due lingue e fra due mondi. Mette accanto a una poesia un’altra poesia: nella lingua in cui è stata scritta la prima volta, e in quella in cui viene riscritta, costruendo un ponte fragile ma indispensabile. 

(Pietro Cataldi) 

 

Il libro in questione

Teoria e critica

Il Presente

Tremila battute