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Alice Munro, La vita delle ragazze e delle donne

[ trad. it. di S. Basso, Einaudi, Torino 2019 ]

«La gente si porta appresso parecchio del proprio testardo disorientamento, delle molteplici ombre di sé…» (p. 202). Questo stralcio condensa alcuni aspetti paradigmatici del primo e unico romanzo di Alice Munro, La vita delle ragazze e delle donne, storia di formazione narrata in prima persona. Nonostante la continuità diegetica e i personaggi ricorrenti, le istantanee di ciascun capitolo lasciano comprendere il legame mai realmente sciolto con la forma del racconto, genere di cui la scrittrice canadese, Nobel 2013, conosce profondamente i meccanismi. Proprio sul filo del “disorientamento”, associato a ciclici momenti di fulminante brutalità, Munro inscena la soggettività di Della (Del) Jordan. Originariamente edito nel 1971, il romanzo gode di una tenuità verbale vicina alla reticenza controllata di autrici in qualche modo sorelle di Munro, come Elizabeth Strout e Grace Paley. La leggerezza della parola consente a un involucro invisibile di separare lo sfiorarsi di situazioni, oggetti e personaggi da sensazioni profonde, ambiguità, crepe di pensiero. Impietosamente, la parola di Munro scava dentro tale distanza come un bisturi, confermando la propria cifra naturalista.

Le esperienze di Del manifestano un rifiuto congenito per le semplificazioni e le dicotomie: la vergogna e il piacere, il sacro e il profano del corpo, e soprattutto il maschile e il femminile della vita umana. Sono maglie inconciliabili con qualcosa di residuo, di ingestibile in modo pacificato. I riti di consapevolezza di questa ragazzina outsider passano per eventi mai neutri: la morte di un parente, il nervosismo per una recita scolastica, una prima disturbante esperienza sessuale con un adulto molesto, o il primo innamoramento. Ciascun rito implica un sacrificio della volontà individuale e conduce verso sfide a dir poco bizzarre, come la rabbia senza nome che spinge Del a mordere la cugina Mary Agnes godendo alla vista del sangue dell’altra, o il desiderio già maturo di scrivere le vite strambe della cittadina di Jubilee, per quanto «monotone, semplici, sorprendenti e insondabili… caverne profonde dai pavimenti in linoleum» (p. 292). Ogni libertà comporta un prezzo, scopre Del dopo aver morso la cugina («Pensai che mi avrebbero odiata tutti, e in quel frangente l’odio mi risultava talmente desiderabile, come il dono di un paio di ali», p. 66). Al rito segue così una cognizione che richiede di affondare la mente nei propri inganni prima di poterne guarire per trarre una sintesi.

L’esperienza del corpo è il filo conduttore di questi frammenti di vita: che si tratti di attraversare l’ignominia del proprio fisico infantile, o di affrontare la notizia di corpi suicidi, di animali assassinati per la loro pelliccia (come le volpi del padre di Del e della stessa Munro), o il corpo grottesco di un adulto intento a masturbarsi convulsamente. Al termine di varie disavventure con l’altro sesso, Del sceglierà di ricondurre la dimensione fisica ai fantasmi della propria soggettività, acquisendo coscienza sulle possibili trasformazioni dell’io.

I momenti di ribellione di Del fanno il paio con la madre Addie, figura anticonvenzionale di «arcana e tremenda autorità» (p. 81), la cui presenza pervade l’intero romanzo. Pur con i limiti dell’appartenenza di classe, Addie rivendica la propria autonomia di pensiero e spiazza la figlia con affermazioni a bruciapelo sulla necessità di “amor proprio” e sui danni della religione. Il suo “sermoneggiare” è un fondamentale filo guida del racconto e sintetizza il terreno da cui Del potrà ripartire per (ri)trovare sé stessa: «È in arrivo un cambiamento, secondo me, nella vita delle ragazze e delle donne. Sì. Ma spetta a noi favorirlo» (p. 205). Al netto dei conflitti tra le due, l’atipicità “prefemminista” fa della madre di Del una figura ponte, destinata pur sempre a tramutarsi in barriera per le ragioni della s/Storia: dopo aver sperimentato la violenza dei rapporti uomodonna, sarà infatti la figlia a liberare sé stessa e il corpo per affrancarsi, scegliendo di scrivere una propria storia. 

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Se l’uomo è l’aristotelico animale sociale, dovremmo aggiungere che è un animale che traduce. Fa sottotitoli a un film perché chi non conosce la lingua che vi si parla possa ascoltarla e capirla. Vende un frigorifero accompagnato da istruzioni in dieci lingue perché chi lo compra possa usarlo bene. Mette accanto a chi fa un viaggio ufficiale all’estero chi possa mediare fra due lingue e fra due mondi. Mette accanto a una poesia un’altra poesia: nella lingua in cui è stata scritta la prima volta, e in quella in cui viene riscritta, costruendo un ponte fragile ma indispensabile. 

(Pietro Cataldi) 

 

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