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Robert Menasse, La capitale

[ trad. it. di M. Pugliano e V. Tortelli, Sellerio, Palermo 2018 ]

Che il Deutscher Buchpreis sia «il premio letterario più prestigioso» dei tedeschi, come suggerisce Sellerio, è opinabile; ma l’ultimo romanzo di Menasse, premiato nel 2017, ci attira anche per la trama avvincente e per il tema attualissimo: l’unità europea in tempi di nazionalismi in ascesa.

La capitale è un romanzo ambizioso: ripercorrendo lo sviluppo del Big Jubilee Project, insolita commemorazione prevista ad Auschwitz per i 50 anni della Commissione Europea e che ricorda l’Azione Parallela musiliana, Menasse illustra le dinamiche interne agli apparati europei e le loro contraddizioni. Perché il progetto di un’Europa unita è minato, secondo l’autore, da un paradosso: che i tasselli principali di quella che sarebbe dovuta diventare una «democrazia postnazionale» sono proprio le singole nazioni, vero ostacolo insormontabile a ogni unione.

Ma è persino troppo ambizioso, questo romanzo. In parte perché vuole toccare per forza tutti i temi scottanti degli anni Dieci – migranti, Islam, terrorismo –, senza soffermarvisi, ossia banalizzandoli. E in parte perché Menasse ha l’allegoria facile, e costringe spesso i suoi personaggi in scene improbabili dal senso lato troppo evidente – vedasi il vecchio professore ubriaco che decide di farsi tatuare delle stelle intorno a un ematoma dai contorni che ricordano l’Europa e, al rifiuto del tatuatore, risponde: «Dunque niente stelle per un’Europa che sta scomparendo?». È chiaro che l’autore, avendo già trattato gli stessi temi in due saggi, si diverte qui a sfruttare la finzione per mostrare, più che dimostrare, i risultati delle sue ricerche a Bruxelles. Perciò costruisce un labirinto di storie e personaggi che si fanno eco da un capitolo all’altro. Lungo oltre quattrocento pagine che si leggono d’un fiato, tra le vie di un Quartiere Europeo surriscaldato e brulicante, s’incrociano funzionari incravattati e produttori di carne suina, professori emeriti e sicari di sette oscure, tutti di nazionalità diverse, a tratti un po’ stereotipati, e intenti a perseguire i propri interessi. Tra di loro, dalla prima all’ultima pagina, scorrazza imperterrito anche un maiale, comic relief e insieme Leitmotiv del libro, che suscita stupore tra i passanti ed è simbolo di quell’assurdo – lo stesso di tutte le «porcate» che hanno luogo in città – a cui ciascuno, a poco a poco, finisce per abituarsi. Merito del libro è l’illustrazione, esilarante e amara, degli ingranaggi europei come ruote sempre in moto ma, in fondo, completamente inutili.

Nel tentativo di mettere per iscritto lo spaesamento babelico di Bruxelles, Menasse non risparmia inserti in francese, fiammingo e polacco, e insiste sulla difficoltà dei personaggi a comunicare in inglese, lingua franca. Già di per sé è un sotterfugio stilistico di dubbia efficacia, dal momento che il romanzo è scritto in tedesco. In traduzione, poi, è inevitabile che molti calembour si perdano, per cui il lettore resterà perplesso di fronte a battute che in italiano non hanno alcun senso (chi non conosce l’espressione «seinen Senf dazu geben» non può che titubare al ragionamento: «Qual è l’idea della senape? Mettine un po’ di più»).

La parola è data a tutti: il narratore oscilla da un punto di vista all’altro, rappresentante più o meno democratico dei vari personaggi. Il romanzo polifonico, che va per la maggiore perché ben si presta a restituire una società atomizzata, qui si fa specchio di una frammentazione estrema: i personaggi spesso non condividono nemmeno una lingua comune, figuriamoci gli interessi o i valori morali. E perché mai dovrebbero, se «l’etica non è mai stata un programma politico»? Perché senza etica non c’è unione, avverte Menasse tramite i suoi personaggi più presenti, Martin Susman e Alois Erhart, che riconoscono il pilastro della Commissione nella volontà di dire «mai più» al nazionalismo. E, senza unione, la volontà di «superare ma non dimenticare» le derive del nazionalismo è destinata a restare, come il disastroso Big Jubilee Project, un progetto incompiuto, e il ricordo delle stesse derive a morire insieme ai loro ultimi testimoni. 

allegoria81

Se l’uomo è l’aristotelico animale sociale, dovremmo aggiungere che è un animale che traduce. Fa sottotitoli a un film perché chi non conosce la lingua che vi si parla possa ascoltarla e capirla. Vende un frigorifero accompagnato da istruzioni in dieci lingue perché chi lo compra possa usarlo bene. Mette accanto a chi fa un viaggio ufficiale all’estero chi possa mediare fra due lingue e fra due mondi. Mette accanto a una poesia un’altra poesia: nella lingua in cui è stata scritta la prima volta, e in quella in cui viene riscritta, costruendo un ponte fragile ma indispensabile. 

(Pietro Cataldi) 

 

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Teoria e critica

Il Presente

Tremila battute