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Jean-Paul Sartre - L’idiota della famiglia: Gustave Flaubert dal 1821 al 1857

[ trad. it. di C. Pavolini, il Saggiatore, Milano 2019 ]

«Che cosa si può sapere di un uomo, al giorno d’oggi?» (p. 21). È agitando questa domanda che Sartre apre la sua biografia di Flaubert, riproposta oggi – più di quarant’anni dopo la prima pubblicazione – grazie all’audacia della casa editrice il Saggiatore. I due nomi in copertina compongono un ossimoro: lo scrittore engagé per eccellenza che si infiltra nel quotidiano dell’autore più politicamente disimpegnato della letteratura francese. Il prodotto di questo incontro tra opposti è elefantiaco: oltre mille pagine che scavano ossessive e che avrebbero pure dovuto conoscere un seguito – che si sbriciola però tra le mani di Sartre, restando solo un progetto. La maturità avanzata di Flaubert gli si sottrae; è invece sulla sua protostoria che configge tutta la propria attenzione, su quell’infanzia di «male amato» (p. 162), accudito in maniera generica e anaffettiva da una madre «eterna minorenne» (p. 102), che gli chiede «solo di essere un tubo digerente in buono stato: nient’altro» (p. 159). Questo bambino sgomento di esistere, che a sette anni non sapeva ancora leggere, incapace di saldare significante e significato, era destinato a essere un idiota perpetuo. Invece diventò un genio. E questo è uno scandalo: ed è questo scandalo che va indagato. Per farlo, Sartre organizza il materiale della vita di Flaubert entro una struttura bipartita: costituzione e personalizzazione. Nella prima parte ricostruisce le determinazioni familiari, economiche e sociali che impongono un ineludibile destino – quello di idiota; nella seconda, cerca di rinvenire tutti gli scarti emancipatori da questo terreno predetermi- nato, tutti i sussulti di libertà che portano l’essere a deviare dalle disposizioni dell’Altro – divenendo soggetto: divenendo un genio. «Come si singolarizza una vita? Come opera quel piccolo scarto capace di trasformare la passività costitutiva del soggetto in un’attività capace di libertà?» (p. 9) si chiede Massimo Recalcati nell’introduzione al volume, essenziale novità di questa riedizione (che altrimenti riproduce fedelmente il testo del 1977). Amplificando gli elementi paradigmatici del già paradigmatico scritto di Sartre, Recalcati modula qui l’esistenza di Flaubert come un caso clinico che gli permette di verificare la teoria lacaniana della soggettivazione. Sono in effetti soprattutto i punti di tangenza tra l’ultimo Sartre e l’ultimo Lacan quelli che Recalcati rintraccia in queste sue pagine: e dunque il rapporto tra determinismo e libertà e l’idea che il linguaggio non sia uno strumento che il soggetto possiede e padroneggia, ma una struttura che lo plasma. «Il che significa che nel linguaggio non si manifesta tanto l’intenzionalità del soggetto ma quella, sempre obliqua, dell’Altro. E, soprattutto, che la nostra esistenza è generata da questa intenzionalità» (p. 11).

L’idiota della famiglia è dunque lo studio di come una vita possa sganciarsi dall’avvenire che gli Altri le avevano predisposto. Ma si tratta davvero di una biografia? Si direbbe di sì, fino a che non ci si imbatte in questo passaggio, posto a suggello di un episodio clinico del piccolo Flaubert: «Lo confesso: è una favola. Niente dimostra che la cosa sia andata così» (p. 159). Abdicando al forse, contrassegno prudente del genere biografico, Sarte si addentra invece nella favola, nel romanzesco – spronato dal desiderio di conoscere l’altro senza diaframmi al- cuni. D’altronde – e a scriverlo è lui stesso – «in un morto si entra come in una porta spalancata.

L’essenziale è di partire da un problema» (p. 22).

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Se l’uomo è l’aristotelico animale sociale, dovremmo aggiungere che è un animale che traduce. Fa sottotitoli a un film perché chi non conosce la lingua che vi si parla possa ascoltarla e capirla. Vende un frigorifero accompagnato da istruzioni in dieci lingue perché chi lo compra possa usarlo bene. Mette accanto a chi fa un viaggio ufficiale all’estero chi possa mediare fra due lingue e fra due mondi. Mette accanto a una poesia un’altra poesia: nella lingua in cui è stata scritta la prima volta, e in quella in cui viene riscritta, costruendo un ponte fragile ma indispensabile. 

(Pietro Cataldi) 

 

Teoria e critica

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